La figura di cera

La figura di cera
Richard Fountain, accademico del Lancaster College, e Penelope Goodrich sono morti e sepolti. Con un paletto conficcato nel cuore a scopo precauzionale, giusto per assicurarsi che il loro riposo sia veramente senza ritorno. Era il 31 ottobre 1957. Da allora sono passate solo poche settimane e gli amici implicati in quei luttuosi eventi vengono nuovamente turbati da accadimenti sinistri. I misteriosi suicidi di Kensington invadono le pagine dei tabloids, e in almeno tre casi c’è chi giura di aver scorto allontanarsi una donna alta e sottile, fasciata in un abito nero e impellicciata di leopardo. L’apparizione è identica  alla marchesa Lucrezia d’Ateleta di Montevago, musa di D’Annunzio e dedita, tra le altre cose, a pratiche negromantiche. Si tratta della stessa marchesa, probabilmente in contatto con il fu Richard Fountain, che si era fatta realizzare da un laboratorio di Neuilly una statua di cera a propria immagine e somiglianza. E che, vanghe alla mano, è stato dimostrato che non giace nella sua bara, in cui dorme invece un sonno sempiterno il suo pechinese imbalsamato. L’ispettore Tyrrel, che era stato coinvolto nella dipartita di Richard e Penelope, mette a parte dei suoi sospetti il maggiore Anthony Seymour, ex compagno di studi di Fountain, e insieme a lui tenta di rintracciare il simulacro della nobildonna, che pare possieda doti sovrannaturali così straordinarie da aver fatto gola persino al Führer, notoriamente ossessionato dalla ricerca di oggetti dal potere occulto. Da Londra la ricerca li porta a Venezia, dove Lucrezia ha abitato, e da lì a Berlino, perché è possibile che la statua vi sia stata trasportata durante la guerra. Bisogna fare in fretta a ritrovare la figura di cera visto che, a quanto pare, attraverso di lei la marchesa sta acquistando forza. La prova è sul collo dell’ultimo presunto suicida e ha l’aspetto di un inequivocabile morso. È il marchio del vampiro, la conferma che Lucrezia d’Ateleta si sta dando da fare per reclutare la sua armata delle tenebre...
Là dove finiva Il morso sul collo di Simon Raven, con la liberazione di Richard e Penelope secondo la classica procedura per neutralizzare i vampirizzati, inizia La figura di cera. Riccardo D’Anna non si limita però a confezionare un sequel, ma allestisce una fastosa messinscena rendendo omaggio a un “non tempo” in cui si fondono gli autentici Fifties ormai agli sgoccioli, i tetri climi vittoriani, il mood col brivido dei vecchi film con Peter Cushing  e Christopher Lee e la nostalgia delle pellicole con Basil Rathbone nei panni del detective di Baker Street. Il riferimento più esplicito è quello al canone holmsiano, citato nello stile sobriamente descrittivo dove non c’è né un dettaglio di meno né una virgola di troppo, nella voce narrante del maggiore Seymour, che come il buon Watson fa da spalla e da interlocutore privilegiato a chi conduce il valzer delle indagini, nella classica atmosfera londinese che non lesina ombre e nebbie fra cui scivolano esangui fantasmi. E naturalmente nel ricordo del Diogenes Club, noto ritrovo per misantropi incalliti frequentato dall’acuto e asociale Mycroft, il fratello maggiore di Sherlock Holmes. Con un colto lavoro di contestualizzazione, D’Anna dissemina qua e là riferimenti a fatti e personaggi autentici per ricreare il clima di fine anni Cinquanta: la pubblicazione di On the Road di Jack Kerouac nel ’57, gli Angry Young Men e Ricorda con rabbia di John Osborne, andato in scena nel ’56, l’eccentrica Peggy Guggenheim installatasi nel dopoguerra a Palazzo Venier dei Leoni, sul Canal Grande. Il tributo più significativo, però, è offerto a una protagonista della Belle Époque attraverso la trasgressiva figura di Lucrezia d’Ateleta. Sotto questo nome fittizio si cela una delle più note amanti del Vate, Luisa Casati, facilmente riconoscibile sia dalla puntuale descrizione della mise, delle abitudini bizzarre e dei giochi stregoneschi, sia dall’appellativo di Coré datole dallo stesso D’Annunzio, che aveva raccontato la loro relazione in un brano intitolato La figure de cire, poi confluito nelle Cento e cento e cento e cento pagine del Libro segreto di Gabriele D'Annunzio tentato di morire. I vampiri sono una costante, oscura presenza in questa affascinante contaminazione fra gotico e noir, ma restano dietro le quinte. Domina invece esplicitamente il tema del doppio, che da Dorian Gray a Mr. Hyde ha dato vita a inquietanti suggestioni. Perché è appunto dal suo cereo doppelgänger che la marchesa trae l’energia per perpetrare i suoi misfatti. O forse è la sua copia, manipolata ad arte da non diremo chi, a macchiarsi le labbra di sangue. Comunque sia, i non morti non finiscono mai di stupire.
 

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