La fine da cui partiamo

La fine da cui partiamo
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Londra è flagellata da un’alluvione terribile. Una giovane donna è incinta di trentadue settimane quando viene annunciato che in città l’acqua sta salendo a una velocità vertiginosa, non prevista. È di trentotto settimane quando le dicono espressamente che lei e il suo compagno, R., sono residenti all’interno della “Gulp Zone”, destinata a essere sommersa, e lui comincia a compilare una lista di luoghi dove potrebbero trovare alloggio. È di trentanove quando invece le comunicano che no, forse non tocca a loro allontanarsi. Nel frattempo è diventata sempre più grande, enorme e “il momento del parto incombe come un tempo la perdita della verginità, come la morte. L’inevitabile, nascosto a aspettare là fuori, chissà dove”. L’inevitabile, che alla fine, arriva. È piccolo Z., che appena nato “ha gli occhi come quelli di uno squalo”. Sono sempre in ospedale quando il notiziario delle 13 dà la notizia che la sua città è diventata inabitabile a causa di un’inondazione senza precedenti. “L’ospedale adesso sembra una nave, un’arca ben illuminata che ospita in alto tutti i nuovi arrivati”. Ma tre giorni dopo dall’ospedale sono costretti a andarsene e R. rispolvera la lista che aveva già cominciato a buttare giù. È il momento di trovare rifugio per salvarsi dalla metropoli sott’acqua. I notiziari sono terribili e soprattutto, ora li riguardano da vicino, riguardano tutti loro, le loro esistenze e il loro futuro segnato da questa catastrofe…

Megan Hunter, classe 1984, nata a Manchester e già candidata al Bridport Prize per la poesia è al suo esordio narrativo con La fine da cui partiamo. Un romanzo post-apocalittico da molti accostato a La strada di Cormac McCarthy per lo scenario disperante e lo stile freddo e distaccato, che rende ancora più angosciante l’incedere degli eventi. Ci sono una donna senza nome che fa da io narrante, un compagno e un bambino appena dato alla luce che invece si chiamano con iniziali. Sullo sfondo si percepisce una Londra sommersa da acqua e paura. La narrazione si muove attraverso piccoli flash, a gruppi di frasi intervallati da spazi bianchi e asterischi che separano concetti e descrizioni. È un universo dilatato in attimi che non finiscono mai e in un vuoto che si allarga e va a includere le persone, le abitudini, i sentimenti. C’è la vita che nasce in un mondo che muore, il miracolo della maternità in tutte le sue sfaccettature, soffocato però dalla tragedia dell’inondazione. È un’opera prima senza dubbio ostica ma interessante che porta alla ribalta una giovane autrice che si preannuncia brillante e complessa. Intanto, da segnalare è che di questo romanzo vedremo presto una trasposizione cinematografica.



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