Per la fine del tempo

Per la fine del tempo

Olivier Messiaen, compositore dotato di grande fervore religioso, amante della natura, appassionato di poesia e di letteratura (Shakespeare, fin da bambino), è un giovane di immenso talento. Nato nel 1908 ad Avignone, in una famiglia erudita ‒ padre traduttore ed insegnante, madre poetessa ‒, dopo aver conseguito con il massimo dei voti il diploma in ben cinque discipline al Conservatorio di Parigi ed essere diventato il più giovane organista titolare di Francia a soli 22 anni, ottiene anche la cattedra alla Scuola Normale di Musica e alla Schola Cantorum. Purtroppo, però, nel 1939, la situazione a livello mondiale sta già correndo veloce verso quel precipizio di orrori nella quale rovinosamente cadrà, ed Olivier, come tanti altri della sua generazione, è chiamato alle armi. A causa dei problemi di vista viene dirottato come magazziniere prima ed infermiere poi fino a Verdun. È qui che Olivier Messiaen viene catturato, fatto prigioniero ed internato allo Stalag VIIIA di Görlitz, in Slesia, un campo di prigionia nazista. In tali circostanze ritrova i suoi amici e colleghi Étienne Pasquier ed Henri Akoka, già conosciuti a Verdun e con i quali eseguirà, il 15 gennaio 1941, assieme anche a Jean Le Boulaire, in condizioni molto precarie e in uno scenario così illogico da far sembrare il concerto un vero e proprio miracolo, il Quatuor pour la fin du temps...

Edito nel 2003 dalla Cornell University Press e riproposto ora da Ottotipi Edizioni, il romanzo ci permette di conoscere una storia vera. Una storia completa, ben raccontata, dove vi è un inizio ‒ un invito, anche ‒, uno svolgimento ed una risoluzione; con un apprezzato e ben riuscito accorgimento gli stessi capitoli seguono in parallelo la composizione del concerto oggetto della narrazione. Lo scenario è rappresentato da una delle pagine più terribili della Storia moderna dato che la musica del Quatuor venne eseguita per la prima volta in un campo di prigionia nazista, in una notte gelida, con strumenti recuperati, con musicisti vestiti con la divisa da prigionieri, scarpe ai piedi talmente strette da bloccare la circolazione, soldati e detenuti di ogni provenienza come pubblico. La storia è talmente assurda da avere un carattere miracoloso. Eppure, imparando a conoscere la figura di Messiaen, rimasta a lungo tempo oscura, questo evento prodigioso sembra quasi un segno della sua fede e speranza che non lo hanno mai abbandonato e, anzi, gli hanno permesso di vivere da illuminato anche nel buio di quegli anni, creando una musica ancora oggi così tanto amata. La scrittrice Rebecca Rischin è lei stessa una musicista (come il traduttore Martorella) e la passione con la quale ha perseguito il suo obiettivo, di diffondere e far conoscere la genesi del Quatuor, è ben palpabile nel romanzo, nel suo impegno a ritrovare i protagonisti ancora vivi, ed ogni stralcio di documentazione, e nel riportare con rigore scientifico e senza alcuna esagerazione la storia di questo incredibile concerto.



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