La fine della madre

La fine della madre

Il progresso scientifico e le evoluzioni del diritto nella società moderna ci mettono indubbiamente di fronte a nuove sfide e ad interrogativi di non facile soluzione. In particolare, il ruolo della donna ha subito negli anni profonde trasformazioni in linea con il processo di emancipazione inaugurato dal femminismo dei primi del Novecento e proseguito con una serie di conquiste che sempre più hanno sancito il traguardo della parità di genere. Eppure in questa corsa spasmodica verso vittorie spesso rivelatesi false o illusorie, è stata proprio la donna a pagare il prezzo più alto in termini di rinunce. La rivoluzione sessuale, i metodi contraccettivi per il controllo delle nascite, le ambizioni lavorative e il desiderio di realizzarsi anche al di fuori della sfera riproduttiva hanno condotto ad una serie di aberrazioni che l’hanno sempre più asservita, rendendola schiava di un contesto che impone l'infertilità come condizione necessaria per raggiungere obiettivi di affermazione professionale e di successo. In questo scenario poco incoraggiante, nuove rivendicazioni si sono fatte strada e nuovi diritti sono nati sulla scia dello svuotamento del concetto di madre. Tra tutti spicca il diritto al figlio che in breve tempo si è affiancato, quasi sostituendolo, al diritto del figlio ed è spesso rivendicato da coppie omosessuali che ricorrono alla GPA (gestazione per altri) o alla PMA (procreazione medicalmente assistita). Nella realtà, il diritto al figlio “non corrisponde a nessuna definizione giuridica” ma dopo la legge che permette il matrimonio tra persone dello stesso sesso, “in area europea stanno rapidamente affermandosi norme che rendono possibile l’esistenza di tali fattispecie”. L’affitto dell’utero “porta la maternità al di fuori della sfera privata, per trasformarla in un servizio a pagamento”, svilendo e mercificando il corpo della donna che “in totale impunità serve ad alimentare la potenza tecnico-industriale ai fini di ottenere profitti finanziari”. Siamo quindi davvero giunti all”eclissi della maternità nelle nostre società” ed è eticamente accettabile legalizzare una pratica come la GPA che riduce la donna a “semplice strumento di lavoro”?

Lucetta Scaraffia è una storica, professore associato presso l'Università degli Studi di Roma La Sapienza, è membro del Comitato nazionale per la Bioetica oltre che redattrice per “Avvenire”, “Il Foglio”, “Corriere della Sera” e “Osservatore Romano”. Una vita, la sua, costellata di battaglie ed esperienze che ne hanno fatto in gioventù una paladina del movimento femminista prima di una improvvisa riconversione al cattolicesimo verso la fine degli anni Ottanta. Questo saggio è un pamphlet appassionato in difesa della donna e in particolare del suo ruolo di “madre gestatrice” così come una ferma condanna sociale e antropologica nei confronti di tutte le forme di maternità surrogata. Un tema quest’ultimo che è uno dei più dibattuti da un punto di vista scientifico e filosofico e che presta il fianco a molti fraintendimenti, dovuti spesso a contaminazioni ideologiche o strumentalizzazioni politiche. La questione resta comunque controversa, le sfaccettature di cui si connota sono infinite e allo stato attuale sorrette da un’impalcatura giuridica in evoluzione ma spesso contraddittoria nella sua fase applicativa. L’autrice, pur mantenendo ben salda la propria opinione a riguardo, cerca di analizzare con equidistanza il percorso antropologico e culturale, nonché la mappatura storica che ha portato ad una netta contrapposizione tra le ragioni di chi è a favore e di chi invece resta radicalmente contrario all’utilizzo dell’utero in affitto. L’analisi della nascita e della conseguente evoluzione del pensiero femminista negli anni è ineccepibile come si addice a chi è abituata a trattare la storia con conoscenza e riguardo. Lo sforzo di voler giustificare le proprie convinzioni con parallelismi pescati a caso nel mondo della letteratura è invece traballante, così come il tentativo di voler mettere sullo stesso piano fenomeni che per genesi ed evoluzione restano profondamente dissimili. Assimilare la maternità surrogata alla pratica della prostituzione o della schiavitù oppure all’infame traffico dei bambini rubati nella Spagna franchista appare strumentale e poco funzionale alla causa. Così come citare il celebre romanzo di Ian McEwan Nel guscio per sostenere l’imprescindibilità del legame del feto con la madre che lo porta nell’utero, dimentica o finge di dimenticare che proprio quel feto, piuttosto che avere a che fare in futuro con una madre assassina, cerca di suicidarsi, attorcigliandosi il cordone ombelicale intorno al collo. Per finire, citare la Francia come esempio di Paese europeo in prima linea per la difesa dei valori tradizionali (vedi la Carta firmata nel 2016 da un gruppo di associazioni che difendono i diritti delle donne per l’abolizione universale della GPA) omette di riportare che nel giugno 2017, dopo lunghi anni di riflessione, il Comitato Nazionale per le questioni etiche (Ccne) si è pronunciato a favore della procreazione medicalmente assistita anche per le coppie lesbiche e per le donne single, aprendo ufficialmente la strada ad una revisione della legislazione bioetica, prevista nel 2018. Il tema rimane controverso e di certo spinoso ma sarebbe giusto sforzarsi di inserirlo in un contesto attuale, quindi non dimentico di importanti ed imprescindibili conseguenze che la rivoluzione scientifica di questi anni ha generato. Umberto Veronesi nel 2012 scrisse che: “[…] le lancette della nostra storia culturale e antropologica vengono spostate in avanti drasticamente rispetto a convinzioni, leggi, usi e tradizioni”. Occorre di sicuro stabilire regole chiare per scongiurare i pericoli legati allo sfruttamento (nei paesi in cui la maternità surrogata è chiaramente normata esistono regole severe per il processo di selezione delle madri surrogate per cui vengono richiesti indipendenza economica e un certo livello salariale, proprio per impedire che la loro scelta sia legata all’indigenza). Ci piace quindi pensare che l’eclissi della madre non sia parte di un possibile disegno futuro, ma che ci possa essere spazio per un percorso coerente e responsabile, nel rispetto di un’evoluzione storica e antropologica da cui non si può prescindere, senza dimenticare che ogni contributo teso ad alimentare il dibattito in maniera costruttiva deve essere preservato e tenuto nella giusta considerazione.



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