La fine delle buone maniere

La fine delle buone maniere

1991, aeroporto di Madrid. Il protagonista incontra una ragazza colombiana. L’uomo è diretto a Medellín per riscuotere del danaro che gli deve un’azienda locale che monta le componentistiche fabbricate nella sua torneria a Genova, che non gode affatto di un’ottima situazione finanziaria. Figlio della Genova “bene”, fin dalla prima giovinezza è stato avviato a tutta una serie di automatismi: laurea in giurisprudenza, matrimonio in giovane età, perché, in fondo, le maniere non sono altro che dei cerimoniali di appartenenza. Nel 383 dopo Cristo l’oratore gallo-romano Decimo M. Ausonio ritorna in provincia, a Burdigala (l’attuale Bordeaux), sua terra natia, dopo molti anni di servizio nell’Urbe. Porta con sé Bissula, l’amata schiava dal portamento regale, nonché dono dell’imperatore Graziano. Ausonio conserva una salda fede nei classici che si è ormai tradotta in mera “nostalgia del tempo e del mondo che furono”. Vive in un mondo tutto suo, quasi ingenuo, in cui la civiltà romana è considerata l’unica degna e salvatrice. Solo dopo Adrianopoli, prende coscienza che quel tipo di mondo classico è ormai finito per far spazio alle nuove popolazioni barbare. Ausonio, come gli altri personaggi del passato (Claudio Rutilio Namaziano, Paolo il Silenziario) che intrecciano le loro storie a quelle del protagonista contemporaneo, sono tutti suoi specchi, e quindi ultimi figli di una realtà che è ormai al tramonto, che è in decadenza…

Pierfranco Pellizzetti, docente e firma di spicco di molti quotidiani, ci regala un romanzo fitto, sia per la trama che per il linguaggio, in cui storie antiche s’intrecciano, rispecchiano e rafforzano la storia centrale. Così come il linguaggio risulta essere intenso e ricercato, niente affatto colloquiale. Come nulla è lasciato al caso. Tutto è ragionato e ha un suo senso. Dopo un incipit a effetto, particolare, che porta il lettore a continuare la lettura, i toni si riassestano e si placano quasi subito. La storia di ieri s’intreccia a quella di oggi, le foglie si specchiano nelle radici lontane. Tutto ritorna e ha un suo senso ciclico. Un sapore di fine, l’imminente nostalgia del tramonto d’un’epoca ormai inafferrabile fungono da leitmotiv più o meno costante in tutto il testo. L’attaccamento a ciò che è stato, agli stessi oggetti del passato – ai cimeli di famiglia – e la consapevolezza che non esistono più, non come prima almeno, traghetta il lettore verso un tempo rinnovato a partire proprio dalla fine del prima. Più individualismo e meno società, più intimità e meno impegno civile sono la nuova cifra del Pellizzetti de La fine delle buone maniere. Ogni capitolo è una microstoria, una stanza più o meno personale in cui sbirciare una volta entrati in punta di piedi in questo romanzo-casa, per poi chiudersi la porta alle spalle e uscirne con l’animo un po’ più gonfio di vita.



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