La follia di Adolfo

La follia di Adolfo

Novembre 1911. Il livornese Pietro Martigli, massone anticlericale mazziniano allegro, burbero e fedele, viene chiamato alle armi per la guerra italo-turca. La famiglia possiede molte terre e palazzi, la villa di residenza è a Navacchio da cinque secoli, vi lavorano molte serve cameriere contabili e soprattutto la rubiconda esperta cuoca Finimola (dodicesima figlia femmina prima che il padre scappasse in Argentina). La moglie Rosa e i due figli, Angiolo di 17 anni, bello e ligio, e Giulio di 15, bruttino e furbo, mangiano alla grande, spesso anche con il signorino Adolfo, il fratello minore (quasi trentenne) detto il pazzo, chioma corvina spettinata e gran sorriso, brillante e viziato sciupafemmine, irresponsabile ed egoista. Pietro parte capitano da Genova per la Libia, comincia a mandare lettere dal “fronte”, qualche mese dopo viene dato per disperso, i suoi eliminano la carne per penitenza non sapendo se è morto, invece torna. È depresso, si è rifiutato di far preparare bombe chimiche, è stato carcerato per insubordinazione e congedato con disonore. All’inizio dell’estate 1912 Rosa resta sorprendentemente ancora incinta, l’anno dopo nascerà Tecla. Ma presto Pietro scopre che, in sua assenza, il fratello (cui aveva fatto da padre) ha sperperato proprietà e contratto enormi debiti (320.000 lire), lo trova inseguito e malmenato da strozzini, sono costretti a vendere quasi tutto. Alla fine del 1913 sono rimasti solo trecento ettari (coltivati da mezzadri e dipendenti), la villa di famiglia e alcuni casolari. Pietro si cancella dall’elenco della nobiltà italiana, Adolfo vuole partire volontario in guerra e finirà nella Legione Straniera a combattere per la Francia, mentre Angiolo e Giulio trovano una loro strada affettiva e professionale, diversa e contrapposta. Con conseguenze fino ai giorni nostri…

Da poco compiuti i 18 anni, ottenuta la patente, presa in prestito l’auto dal padre (figlio di Angiolo), Carlo Adolfo Martigli (Pisa, 1951) racconta di essere andato a prendere lo stemma di famiglia (uno scudo con tre artigli d’argento in campo d’oro) dallo zio Giulio nella villa di Navacchio (Cascina) per riportarselo a Livorno, riflettere sul proprio sangue blu e completare gli studi classici. È divenuto poi attore e regista, oltre che dirigente d’azienda; al 1995 anche autore di fantasy e favole, romanzi storici e thriller, racconti e spettacoli teatrali. Consegna ora ai tipi di Mondadori una sorta di saga sulla propria famiglia, proprio ben scritta, divertita e divertente, concentrata su quanto avvenne poco più di un secolo fa e aggiornata rapidamente nelle pagine finali all’evoluzione successiva. Ha rovistato fra lettere e diari, cronache ed eventi, scegliendo come filo sia le folli e vane imprese del fratello del bisnonno (da cui il titolo) sia i cibi e la cucina, ricette accurate e soste alcoliche. L’appendice “Dramatis coquinae” sono venticinque pagine di succulente spiegazioni di pasti e bevute, parte integrante del romanzo al servizio dell’emozione, “vere come l’acqua che esce dal rubinetto, ritrovate su vecchi appunti di famiglia, sentite oralmente o vissute sulla mia pelle di ragazzo”. Notevoli gli spunti enologici, a cominciare (ovviamente) dal Brunello di Montalcino, passando per assenzio e champagne (Mumm), vin santo e moscato, porto e Madeira, con meditata attenzione alla trasferta siciliana (con intoppo mafioso) di nonno Angiolo, direttore del costituendo Regio Genio Civile di Palermo, che ebbe tre figli, Adolfo (!) morto bimbo, Walter (il padre) e Flavia Maria. Segnalo la stagione di migrazione delle anatre, a pag. 105. Al funerale del bisnonno Pietro il grammofono diffondeva la Marcia Massonica di Mozart.



 

 

 
 
 
 

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