La forma dell’acqua

La forma dell’acqua

Foresta amazzonica, 1962. Richard Strickland ha promesso a sé stesso che questa sarà l’ultima missione che svolge per il generale Hoyt. Immerso in una natura mostruosa, ha il compito di catturare la creatura che gli indigeni chiamano Deus Brânquia, il Dio del fiume. La foresta è un autentico inferno allucinante e violento, dove se non si muore si sopravvive in una specie di metamorfosi, e dal quale Strickland riemerge dopo diciassette mesi boccheggiando, profondamente trasformato ma vittorioso. La creatura, chiamata anche “la risorsa”, viene trasferita al centro di Ricerca Aerospaziale di Occam, a Baltimora, per essere studiata dall’esercito americano come fosse una nuova arma letale da utilizzare contro i comunisti russi. Elisa Esposito si sveglia che è quasi notte. In un rituale che si ripete, prepara le uova sode, si veste e poi prende l’autobus fino al centro di Occam, dove lavora come addetta alle pulizie. Ama la musica e ascolta i suoni che dal cinema sottostante salgono attraverso le assi del pavimento. Le cicatrici che ha sul collo sono simili a branchie e il suo mutismo la rende una persona fragile e con pochi amici: Giles, un vecchio artista che disegna manifesti pubblicitari e la collega Zelda. La routine lavorativa di Elisa e Zelda viene improvvisamente interrotta da un’insolita richiesta. Dovranno ripulire nel più breve tempo possibile la scena di un incidente avvenuto all’interno del laboratorio F-1. Dentro la stanza c’è sangue ovunque. All’agente Strickland sono state misteriosamente mozzate due dita di una mano e il loro compito sarà quello di lavare via tutto il sangue e non farne parola con nessuno. Ma la curiosità di Elisa viene attratta da una sorta di piscina e da una capsula piena d’acqua dalla quale escono versi e lamenti strani. Il primo incontro tra Elisa e il Dio del fiume è racchiuso in uno sguardo sfuggente attraverso un vetro. Ma è solo l’inizio di sentimento che non ha forma, così come non hanno voce i due protagonisti, diversi eppure così simili…

Leone d’oro e quattro Premi Oscar: non occorre di altro riguardo all’omonimo film del regista Guillermo del Toro e che racconta la storia d’amore tra Elisa, una donna affetta da mutismo, e una creatura anfibia e dalle fattezze quasi umane, considerata dagli indigeni dell’Amazzonia come il Deus Brânquia, il dio del fiume. Va detto invece che questo progetto nasce parallelamente sia come romanzo che come opera cinematografica. Le due trame infatti corrono affiancandosi, ovvero la pellicola aderisce quasi parallela al plot narrativo del libro, raccontandone però solo una parte. Il romanzo di Daniel Kraus, sin dalle prime pagine, completa e approfondisce ciò che il film, per tempi e metodi, non può fare. Ogni personaggio ha qui modo di raccontarsi con più profondità e il lettore che ha già visto il film potrà riconoscere e aggiungere dettagli e sfumature alla sua personale visione. Non solo riguardo al violento e duro Strickland, al quale è dedicata l’apertura e la genesi della cattura della “risorsa”, ma ampio spazio è dedicato anche al profilo della moglie Lainie, nel film appena accennato, necessario per mostrarsi nella sua fragile e malinconica interezza. La sensazione di una lettura successiva alla visione del film è comunque leggermente straniante. Il motivo non è però facile da spiegare e forse è legato allo stile di un romanzo che, in qualche modo, ricorda vagamente una sceneggiatura sebbene più approfondita e dettagliata. È come se nella testa del lettore, che ha già in mente i volti e i caratteri dei protagonisti, scattasse un automatismo che gli impedisce di entrare pienamente dentro alla trama del libro, perché prigioniero di un viso, di una voce e di un atteggiamento molto ben delineati nell’opera cinematografica di Guillermo del Toro.



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