La forma della paura

La forma della paura

17 agosto 1995. Knin, Repubblica serba di Krajina. Il Comandante ha appena ucciso quattro dei suoi uomini scelti. Un gesto inevitabile quando, persino in una guerra sanguinaria come quella, da combattente ti trasformi in schifoso assassino. Questa la colpa dei suoi quattro soldati, sorpresi in una grotta a seviziare una ragazzina serba. Due giorni dopo, quando la battaglia è ufficialmente terminata, il Comandante si trova proprio con Alissa, la ragazza serba salvata dalla violenza dei suoi, all’aeroporto di Zagabria. Il fido Pilić è rimasto in Croazia, sogna di diventare un pezzo grosso. Ma non sa, il poveraccio, che ben che gli vada il suo futuro sarà in un tribunale internazionale o peggio ancora con una pallottola ficcata in testa. Alle loro spalle intanto una figura li osserva. Il Comandante si è voltato appena e gli ha rivolto un cenno di saluto. È il suo vecchio amico Lupo. La sua presenza a Zagabria significa certamente guai. Ma il Comandante al momento non sembra preoccuparsene... Marco Ferri, ancora disteso tra le lenzuola rosa, ripensa a quanto gli ha appena confidato Monica. Grazie a una soffiata avuta dal Mastino ‒ il responsabile dell’Anticrimine ‒, pare che finalmente sia tutto pronto per la cattura l’indomani stesso di Pilić e della sua micidiale banda di croati che da tre anni sta insanguinando Roma con scorribande e rapine. Pilić e i suoi sono diventati una vera e propria ossessione per Alessio Dantini, dirigente della Squadra mobile e diretto superiore suo e di Monica. Il giorno dopo, all’alba, nel garage del servizio centrale operativo, Mastino e la sua fidata cricca di falchi antirapina salutano Marco con sospetto e sufficienza. Il ragazzo gli è stato imposto dal capo e l’aria da novellino non gioca certo a suo favore. Ma Marco sa farsi rispettare, e poi è oramai davvero tutto pronto. L’azione per catturare finalmente quel bastardo di Pilić è roba di minuti oramai...

Ricatti, vendette, adrenalina, corruzione, violenza. Questo thriller mozzafiato scritto a quattro mani da Giancarlo De Cataldo e Mimmo Rafele con ritmo vertiginoso, acido e caustico, non risparmia al solito niente e nessuno e ti attanaglia senza soluzione di continuità dall’incipit fino ai titoli di coda. L’era della paura nata con la presidenza Bush ha segnato indelebilmente la strada per il futuro. L’Occidente per la prima volta si è trovato a dover fronteggiare lo scontro di civiltà in atto, spesso trovandosi a giocare e puntare su più tavoli contemporaneamente. In questo clima si è alimentata la mitologia della paura che ha fortemente condizionato l’esistenza e il sentire comune. Di questo sentimento ovviamente c’è chi ha abbondantemente approfittato costruendo carriere e imperi senza scrupoli. E due dei protagonisti, Guido e Marco, tratteggiano proprio le due facce di questa medaglia. Figli del comune senso di disprezzo del sistema, i due pur con sentimenti differenti finiranno per affrontare un’inevitabile catarsi interiore, un radicale cambiamento nel loro naturale percorso di formazione. Attorno a loro la Roma dei Palazzi, quella lupa da cui chiunque prima o poi tenta di mungere qualcosa per il proprio tornaconto, in un sistema corrotto e decadente dove la famosa “terra di mezzo” che De Cataldo racconterà poi in Suburra sembra anche qui farla da padrona. Un circuito di vasi troppo comunicanti, dove bene e male convivono pericolosamente a contatto, spesso contaminandosi a vicenda. Questo il magma di un romanzo che al di la dell’invenzione narrativa molto ci dice di noi, della nostra epoca, di quel blob informe e spesso colpevolmente occultato che modella e dà forma all’inquietante e spesso delirante sentimento di paura che a partire dall’11 settembre inevitabilmente ci pervade.



 

 

 
 
 
 

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