La formazione della scrittrice

La formazione della scrittrice

Tante voci, altrettante donne. Percorsi esistenziali diversi, a volte dissestati, paralleli, che conducono alla scrittura “di mestiere” come unico luogo in cui poter essere. Quest’antologia di vite racconta, attraverso le testimonianze delle dirette interessate, il percorso da ciascuna compiuto per scoprire e affermare la propria identità di scrittrice. Tutte partono da una folgorazione d’infanzia: una storia, magari raccontata dalla nonna mentre è intenta alle faccende domestiche, che marchia l’immaginario a vita, forgiando quel timbro narrativo che emergerà prepotentemente solo in età adulta. Il piacere di ascoltare storie, che insinua il desiderio di trattenerle per ricrearne l’incanto, fa di queste scrittrici delle precocissime divoratrici di libri, avide di personaggi, di angoli in cui accucciarsi al riparo dal mondo. Non si tratta sempre di libri per l’infanzia: alcune praticano scorribande anarchiche nelle biblioteche di famiglia, altre partono da Topolino e Candy Candy come Alessandra Sarchi, che tagliava le figurine dei fumetti e rimontava le scene cambiando i dialoghi. Elisabetta Bucciarelli, per esempio, sperimenta il passaggio attraverso altre forme espressive, il teatro e il disegno. Giovanna Rosadini ascoltava le favole di Rodari dalla madre e con lei leggerà Montale, prima di arrivare a quella “solitudine corale” che è la dimensione di chi scrive. Maria Grazia Calandrone usa se stessa al fine di raccontare il mondo – in cui “siamo tutti un po’ più vicini” - in forma poetica, Chandra livia Candiani cerca l’ispirazione nella natura, ma soprattutto nella mancanza. A volte il tragitto verso la “liberazione della parola” è più tortuoso, passa attraverso la negazione di un impulso, la scelta obbligata di altri studi e mestieri, ma l’imperio alla scrittura risulta soverchiante, una lava che ribolle sotto la crosta dell’esistenza votata ad altro, come per Chicca Gagliardo, giornalista. Un percorso umanistico e un mestiere attinente, che procura contatti ed entrature, di sicuro aiuta, ma in questi vissuti così diversi pare essere determinante un fattore comune: la vocazione…

Ciascuna risponde alla chiamata di quell’arte che pretende esclusività, ripiegamento, clausura, quando il proprio tempo interiore è maturo per l’accettazione di un’identità che combacia con quello che realmente si è. E dunque le parole ricacciate, scalcianti, eco della mente mentre si è intente ad altro, si trasformano in storie. Si diventa scrittori per necessità esistenziale, salvo rassegnarsi ad implodere negando se stessi. L’ingresso nella “Repubblica delle lettere” è tutt’altra storia; ci si entra per “cooptazione”: contatti, amicizie, agenti, scuole di scrittura. Non a caso, il saggio nasce da un’idea di Giulio Mozzi, notissimo anche tra gli aspiranti scrittori per la sua attività di talent scout. Mozzi è fondatore insieme a Gabriele Dadati della Bottega di narrazione, nome dell’omonima collana di Laurana cui appartiene questo titolo. La Bottega. Pensiamo a quella del Verrocchio, per la quale transitò anche Leonardo: la parola evoca un’idea artigianale di mestiere, e prevede un “maestro” che dovrebbe seguire l'allievo nello sviluppo di un progetto narrativo fino al suo compimento, così mi pare funzioni… Consiglio la lettura del testo a coloro che hanno le parole bloccate in petto: il rispecchiamento in genere dà i suoi frutti. Chi sogna di pubblicare dovrebbe, invece, stampare la prefazione di Mozzi sull’inespugnabile Repubblica delle lettere e somministrarsela tre volte al dì ore pasti, ruminando sul lavorio relazionale smaccatamente utilitaristico che potrebbe fare da passepartout.



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