La fuga

La fuga
Cosa ci fa Raphael Haffner a settantotto anni dentro l’armadio di una stanza d’albergo a spiare Zinka e Niko fare sesso? Non lo sa nemmeno lui, eppure il suo sguardo desideroso incrocia quello di Zinka, la quale sembra trarne pure maggior godimento. Ma Raphael non è un maniaco represso che consola l’inquietudine di una sessualità sul viale del tramonto con stratagemmi stile Tinto Brass, Raphael è pur sempre un animo gentile che porta in sé tutte le contraddizioni del genere maschile. Un corsaro del desiderio, assuefatto a una perversione gentile e malinconica; egocentrico quanto basta per sentirsi imperatore, ma pur sempre inconsciamente desideroso di una donna-mamma. Se le porta tutte appresso quelle contraddizioni e proprio in quella cittadina termale dispersa nelle Alpi, dove era andato per riabilitarsi alla memoria di Livia (l’unica donna che forse aveva davvero amato) sembrano esplodere in modo dirompente. La fuga da un passato di tradimenti e sensi di colpa che deve passare per la riacquisizione di una villa di famiglia di lei, requisita durante l’ultima guerra mondiale e passata per mano di nazisti, comunisti ed ora a capitalisti nazionalisti. Una lenta battaglia contro i mulini a vento della burocrazia, rallentata ancora di più dalle degenerazioni di una natura umana incoerente e immatura (nonostante la veneranda età), tanto che, alla fine, non resterà altro che fuggire dalla fuga...
“Se fosse stato un bastardo fino in fondo, sarebbe finita subito; ma era un bastardo così-così e non è stato facile uscirne”. Pensando al personaggio di Rudolph Haffner, viene in mente questa deliziosa poesia di Carla Paolini. Haffner è un po’ così, un bastardo mezzo e mezzo, un po’ gentile, un po’ stronzo, che trae personalità dalla mancanza di personalità; ma anche uomo umile, modesto, senza velleità di potere, capace di rifuggire da discorsi sul suo essere ebreo per non correre il rischio di cadere nel vittimismo storico; ma anche colto, raffinato, amante della natura e della storia, ma mai moralista o snob. E deve pure aver qualcosa di speciale se a settantotto anni riesce ancora a conquistare, a sedurre e abbandonare, a bere, ad ubriacarsi, a scavallare colline nel cuore della notte a combattere vigorosamente contro la burocrazia. Non è un eroe, né ci tiene ad esserlo, non è neppure moralista, né campione di irrazionalità. Haffner è un po’ e un po’; ciò spiega questo suo vivere costantemente in una dimensione di fuga, l’accorgersi di non riuscire a controllare i propri istinti, di avere un clone interno che spinge per poter uscire, pur rimanendo ancorato con radici degeneri agli istinti più animaleschi. Ma non è l’unico a fuggire; più che La fuga, infatti, il romanzo poteva intitolarsi Le fughe, perché tutti i personaggi sembrano scappare da qualcosa o qualcuno. Una narrazione densa, coinvolgente, ricca di citazioni storiche, letterarie e musicali, che non si perde mai, nonostante il continuo ricorso a flashback; le vicende sono spesso interrotte sul più bello a scapito di coraggiose digressioni tutt’altro che inutili e scontate; tuttavia non ti viene voglia di saltarle per andare subito a vedere come andrà a finire. I protagonisti non vengono quasi mai descritti fisicamente e nonostante ciò riesci ad immaginarteli per come si muovono o per quello che dicono, e questo è un taglio che sanno dare solo i grandi scrittori. Dopo l’esordio col botto di Politics, Thirlwell si conferma ad altissimi livelli. Non era un bluff; nessuno potrà più dire che il chiacchierato debutto è stato solo un colpo di fortuna, o un’abile mossa di marketing. Ormai possiamo considerarlo a pieno titolo una delle penne più brillanti del nostro tempo, con buona pace degli scettici.

 

 

 

 
 
 
 
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