La gabbia

La gabbia
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Il suo cellulare squilla poco prima di mezzogiorno; ironicamente al “Phone sweet phone” – il negozio di telefonia nel quale lavora ‒ non c’è segnale, quindi è costretto ad uscire a rispondere sul marciapiede di fronte. Una brutta notizia lo attende. Suo padre è morto all’improvviso: stava andando in banca quella mattina e lo ha colto un aneurisma che gli ha provocato un’emorragia celebrale; se n’è andato nel giro di un’ora, dopo una vana corsa all’ospedale. Il medico gli dice di farsi forza e gli dà due dritte su come gestire la cosa nell’immediato: avvertire i parenti, ricordarsi di portare con sé un documento di identità quando si recherà alla camera ardente nella quale suo padre riposa (solo con quella infatti potrà ritirare gli effetti personali e il certificato di morte). Frank, il suo capo, mostra subito compassione, quasi gli viene da piangere; gli mette una mano sulla spalla in segno di affetto e gli concede subito i due giorni successivi al weekend dell’1 maggio, così da poter stare via fino al mercoledì mattina. Durante il viaggio in treno fino al paese, l’uomo deve farsi forza per non crollare addormentato: il torpore si è improvvisamente impossessato di lui, mentre la sua mente è pervasa da una miriade di immagini aventi suo padre come protagonista. Suo padre che fa le parole crociate. Suo padre che dichiara che il Borgogna è un vino buono solo per cucinare. Suo padre che per nulla al mondo si sarebbe perso una tappa del Tour de France. Suo padre e le sue orecchie a sventola, i suoi occhi da rettile. Ultimamente non avevano un gran rapporto, lui e suo padre: sarà stata la vecchiaia, o l’isolamento (sua madre è già morta da un po’), ma il genitore era pieno di manie e non gli andava mai bene niente. E lui aveva cominciato a non sentirsi più gradito, perennemente rimproverato per tutto. Si vedevano poco, scambiandosi solo sterili e ripetitivi sms: “Tutto bene?Baci”. “Come va?Baci”. “Buon compleanno!Baci”. Arrivato in ospedale, il medico con cui aveva parlato la mattina gli prende le mani, rassicurandolo sul fatto che suo padre non ha sofferto. Poi lo accompagna all’obitorio, dove il padre giace coi capelli schiacciati all’indietro, avvolto da un informe camice celeste. Gli occhi sono chiusi eppure suo figlio riesce a “vederli” con chiarezza, così fissi, acuti, luminosi. Indagatori. Il defunto, quella mattina, aveva lasciato la casa in ordine prima di uscire: nel lavello in cucina ci sono solo le stoviglie della colazione. Niente briciole. Il giornale appoggiato con cura sul piano di lavoro. Tra i rifiuti, due pirottini di carta oleata macchiati di marrone: bignè alla crema, i suoi preferiti. È consolante sapere che ha mangiato i suoi dolci preferiti proprio alla vigilia della sua morte. Tra tutte le stanze, il ragazzo sceglie di sistemarsi proprio in camera di suo padre, stendendosi sul letto con le braccia incrociate dietro la testa e godendosi con calma i raggi dorati del sole. Sul copriletto beige spicca un nastro verde: alla sua estremità è appesa la chiave della cantina. Suo padre la portava sempre al collo, si era fissato col fatto che volevano rubargli le bottiglie di vino migliori. Beh, ora è arrivato il momento di aprirla in suo onore una di quelle bottiglie. La cantina è buia, l’interruttore non funziona; c’è un candeliere sopra la mensola, con una candela mezzo consumata piantata sopra. Lo accende, comincia a scendere cauto qualche gradino; un rumore ‒ forse un topo – poi intravede una massa scura. Ha paura ma non si vuole fermare, avanza lentamente verso il fondo. Ed è lì che la vede: una gabbia metallica e dentro una giovane donna paralizzata dal terrore...

Orrore e disagio non sono certo il tipo di eredità che ognuno di noi vorrebbe ricevere dal proprio padre al momento della sua morte, ma per l’innominato protagonista del romanzo di Alexandre Postel (Premio Goncourt in Francia per il miglior esordio nel 2013 con Un uomo discreto) il destino ha in serbo un fardello pesante: una donna, dentro una gabbia. Una gabbia, dentro una cantina. La cantina di suo padre. Pensateci: per tutta la vostra vita avete creduto di conoscere la persona che vi ha cullato, amato, protetto, dispensato consigli e insegnato a stare al mondo e invece, a dispetto delle apparenze (magari era un brontolone e un rompiscatole con l’aggravante della vecchiaia, ma si sa, la perfezione non è certo di questo mondo!) si rivela d’improvviso essere un mostro. Tenete presente che il mostro in questione è defunto, non può darvi una spiegazione ‒ qualora ce ne fosse una plausibile ‒ e le ipotesi più assurde si fanno strada nella vostra mente, tutte rigorosamente volte a giustificare o mitigare ciò che appare così terribile. La donna potrebbe essere una ladra colta in flagrante, per esempio, e la sua prigionia una semplice punizione di un paio d’ore, un modo per farle passare la voglia di riprovarci. E allora come giustificare le provviste in dispensa – un po’ troppe per sfamare un uomo solo – o i sanitari in acciaio inox raccordati al tubo di scarico? “Ma erano dettagli: si trova sempre il modo di venire a patti con la realtà”. La logica suggerirebbe una cosa sola: prendere in mano il telefono e chiamare la polizia, liberare immediatamente la prigioniera, trasportarla in ospedale; ma logica e paura non possono coesistere in un Io narrante così indeciso, debole, non del tutto maturo e capace di prendere decisioni di un certo calibro. E anche, a ragion veduta, così destabilizzato: e chi di noi non lo sarebbe al suo posto? Un attimo prima sei certo della tua “provenienza” mentre quello dopo, l’idea che qualche gene deviato alberghi nel tuo cervello comincia a farsi strada, insidiosa come un tarlo. Ma il male è davvero ereditario? È giusto far ricadere sugli altri la responsabilità delle proprie azioni? Che fine facciamo fare al libero arbitrio? L’autore costruisce un personaggio interessante, complesso,fortemente empatico, quasi impossibile da biasimare nonostante le scelte discutibili che seguiranno all'incredibile scoperta, e le cui azioni, guidate principalmente dall’indecisione, trasformeranno la sua vita in un incubo. Un incubo che Postel ci narra magistralmente in poco più di cento pagine, attraverso il colloquio del protagonista con una psicologa; un colloquio lucido, preciso, pacato nonostante l’orrore. Tra innumerevoli congetture, ricordi e brutti sogni, nel giro di cinque giorni la verità verrà inesorabilmente a galla, fortemente impattante per il lettore – anche se qualcosa si riesce ad intuire durante la narrazione ‒ ma accolta dal protagonista in modo piuttosto tiepido, quasi come se esistesse una certa logica in tutta la faccenda, “una necessità ineluttabile che ha presieduto agli eventi”. Forse l’inizio di tutto non è stato quel 30 aprile. Forse l’inizio è stato quel giorno – lui aveva sette o otto anni ‒ che suo padre ha deciso di iniziarlo alla pesca, e dopo avere tirato su il pesce che aveva abboccato all’amo gli ha fracassato la testa sopra una pietra. Era stato quello “(...)l’istante in cui scopro che mio padre non è buono ma che, nonostante tutto, voglio essere suo figlio”.



 

 

 

 
 
 
 

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