La gabbia di vetro

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Anni Sessanta, Inghilterra. Damon Reade è uno studioso di letteratura trentacinquenne che ha deciso di vivere come un eremita nel Lake District, una remota regione montuosa nel nord ovest. Ha una casa sulle colline sopra a Keswick, senza acqua corrente né riscaldamento (ma con una capra per il latte), e i suoi vicini, i Bowden, sono una famiglia di rozzi malavitosi che affrontano lutti, disgrazie e carcere con ferina indifferenza. Un giorno piovoso (come quasi tutti lassù) la solitudine di Reade viene violata dall’arrivo di un poliziotto in borghese, l’agente Lund, che è venuto sin da Carlisle proprio per parlare con lui. Gli chiede se sa qualcosa degli omicidi sul Tamigi, ma Reade raramente compra e legge giornali e anche se ha una radio è più di un anno che non l’accende. Lund allora gli racconta che a Londra c’è all’opera un terribile assassino seriale: finora ci sono stati nove omicidi (i cadaveri – sei di uomini e tre di donne – sono tutti stati smembrati e in tutti i casi tranne uno i pezzi non sono stati ritrovati tutti) in quattordici mesi e la polizia brancola nel buio. Ma perché questa storia terribile dovrebbe interessare Reade? Perché l’ignoto serial killer ha lasciato su alcuni dei luoghi del delitto delle scritte: versi di William Blake, di cui il solitario studioso è uno dei massimi esperti al mondo. Gli investigatori – giustamente – suppongono che Reade riceva spesso lettere di colleghi e in generale ammiratori di Blake, tra i quali molti svitati: tra questi potrebbe nascondersi anche l’assassino. Mentre prepara uno stufato alle verdure, Reade mostra a Lund un cassetto pieno fino all’orlo di lettere, molte delle quali ancora chiuse. Davanti a una bella birra fatta in casa e a generose porzioni di carne, i due uomini parlano del più e del meno, dalle donne alla poesia. E di Blake, naturalmente…

Continua la meritoria opera di riscoperta dell’opera di Colin Wilson da parte degli editori italiani: e considerato che lo scrittore britannico, scomparso nel 2013, ha pubblicato in carriera più di cento libri tra saggi e romanzi, la strada è ancora lunga. Il filone di quello che oggi chiameremmo thriller è uno di quelli in cui il talento poliedrico di Wilson si è esercitato con più efficacia, a partire dal memorabile Riti notturni. In questo La gabbia di vetro, uscito nel lontano 1966, l’autore tratteggia alcuni di quelli che diventeranno nei decenni seguenti dei cliché del genere: la sessualità deviata, il legame tra letteratura/arte e omicidi, la caccia al serial killer lungo strade che esulano dalle normali indagini di polizia. Molto del fascino della lettura del romanzo – operazione indubbiamente charmant e per certi versi sorprendente – sta nella persistente sensazione di anacronismo: siamo nella swinging London degli anni Sessanta, elettrizzata da nuove mode e costumi rilassati, le persone comunicano per lettera o al telefono fisso, le ragazze portano spesso la minigonna e altrettanto spesso la tolgono, per i locali gay è boom. Per non parlare del fatto che il protagonista è sì un goffo topo di biblioteca, ma in compenso ha una amante quindicenne. Si legge in trasparenza la voglia di Wilson di fare un po’ di pulp, ricorrendo sovente a sesso e violenza (sempre nei limiti della censura di oltre mezzo secolo fa, s’intende) per catturare il pubblico, ma l’approccio per così dire commerciale non riesce a mitigare il suo talento visionario e la sua originalità, creando un cocktail più letale di un Vesper Martini “agitato, non mescolato”. La poesia di William Blake è meno centrale nel plot di quanto non si potrebbe sospettare (o auspicare) e di quanto non suggerisca la stupenda grafica pensata da Marco Pennisi per questa edizione Carbonio, va detto: ma aggiunge alla trama un tocco di classe che rende questo gioiellino vintage un libro da non perdere.



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