La gamba sinistra

La gamba sinistra
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A Madder di Dio, piccolo villaggio inglese, Mew il Fattore vuole accaparrarsi tutto: «Vivere per lui significava prendere, o meglio acquistare potere su tutto ciò che desiderava sino a farlo completamente suo». Per questo si prende tranquillamente, e brutalmente, anche le ragazze, con la forza. E prende anche le case e le mandrie altrui. Il Fattore non ha neppure remore a comprare direttamente le persone, come se fossero oggetti, come gli Squibb coi loro nove figli, suoi dipendenti per le tre sterline quindici scellini e sei pence che debbono al droghiere decidono che la loro libertà ha un prezzo. Mew il Fattore apre la borsa e ringrazia. Miss Ann Patch raccoglie i funghi e schiaccia blatte con il piacere che altri riservano al sesso; è anche una dei pochi abitanti di Madder a resistere alle richieste di Mew il Fattore. Questo prima di finire incornata da un toro. E una vittima è anche il povero James Gillet che da possidente si ritrova a vivere nel fienile dopo aver incontrato sulla sua strada prima Dio e poi la rovina nella forma di Mew il Fattore, che non pago gli disonora pure la figlia Mary. Poi c’è la vedova allegra Mrs Minnie Cuddy, che sporgendosi dai cancelli calamita l’attenzione di tutta la popolazione maschile di Madder. Fra i molti pretendenti – tutti ammogliati – sarà il falegname John Soper a farla sua. Anche Tom il Matto corre dietro alle sottane e le ragazzine del villaggio lo scherniscono e lo provocano, lo attirano nel fieno per scoprire i rispettivi segreti, egualmente curiose e repulse. E Jar, dov’è finito Padre Jar? Arriverà al momento opportuno per ripristinare l’ordine…

Scritta nel 1923 e ripubblicata a quasi cento anni di distanza, La gamba sinistra di Theodore F. Powys è una novella corale, col respiro del racconto biblico e una certa sensualità campagnola, è una storia in un villaggio incantato dove d’un tratto si fa largo la cupidigia, il possesso, il sesso e si incrina la quiete. La figura dominante è quella di Mew il Fattore, corrispondente Oltremanica di Mazzarò di Verga: per lui conta solo la Roba, conta solo avere e possedere e per questo rinnega e disconosce lo stesso Dio. Adelphi ha il merito di aver riproposto di Powys non solo questa novella, ma anche Il buon vino del signor Weston, racconto con la stessa aura biblica, che unisce e mescola il buon Dio col sulfureo Male. Con una struttura perfetta che riempie le pagine dell’assenza di Dio, rappresentato da Padre Jar, la cui comparsa soltanto nelle ultimissime pagine ha la stessa funzione del deus ex machina sceso in terra a risolvere ogni dissidio, a castigare il male. Ma la novella è anche una critica alla cupidigia: «A Madder, le piccole cose portavano gioia; le grandi cose provocavano turbamento e dolore». Insieme alle cose è l’aspetto umano che affascina ed intriga il narratore: lo stupro di Mew il Fattore, la morte improvvisa della signora Patch, i triangoli di Minnie Cuddy, l’innocenza di Tom il Matto. Tutti piccoli dettagli che contribuiscono nel loro insieme a disegnare una terribile e gigantesca sintesi di maledizione e di morte.



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