La gatta

Giappone. Fukuko riceve una lettera da Shinako, l’ex moglie del suo attuale marito, Shōzō. Nella lettera, la donna chiede di poter ottenere la custodia della gatta domestica Lily in modo che possa farle compagnia visto che dopo il divorzio si ritrova a vive sola. Mentre scorre con gli occhi quelle righe manoscritte, di tanto in tanto Fukuko alza gli occhi per osservare il pingue Shōzō che, seduto a gambe incrociate, sta consumando il pasto che la donna ha preparato appositamente per lui: pesciolini in salamoia d’aceto. Lei non apprezza quel piatto, l’ha fatto solo per compiacere il marito che - stando a quanto dice - ne va ghiotto. Tuttavia, Fukuko si rende presto conto che suo marito, invece di mangiare, gioca con la micia. Ad ogni pesciolino che accosta alla bocca, Shōzō ne succhia via l’aceto e mastica il boccone riducendolo a un bolo da dare in pasto a Lily. Se prima di ricevere la lettera, Fukuko non dava particolare peso alla gatta e alle attenzioni dell’uomo nei suoi confronti – seppur sopportasse a malincuore la molesta presenza dell’animale e il suo disseminare l’appartamento di palle di pelo, vomito e mal tollerasse l’ambiente impregnato dall’odore della sua urina - ora ne è molto infastidita. Rimprovera il marito di mettere Lily al primo posto, di essere più affettuoso con una gatta che con sua moglie tanto da costringerla a preparare piatti che lei non ama solo per soddisfare i gusti di Lily; così gli ordina di disfarsene e di consegnarla a Fukuko. Benché sia conscia che quello dell’ex moglie è solo un pretesto per riavvicinare a sé Shōzō facendo leva sulla di lui adorazione per Lily, Shinako accondiscende alla richiesta della donna. È sicura che saprà gestire il marito: Fukuko si ritroverà con la gatta in mezzo ai piedi, mentre lei terrà al guinzaglio il cedevole e bovino marito, grazie anche al supporto della madre di lui, O-Rin. Shōzō cede quindi alle pressioni e alle macchinazioni delle tre donne e fa recapitare Lily all’ex moglie, ma fino a quanto riuscirà a resistere senza l’amata gatta?

Sin dalle prime pagine, è possibile scorgere il tono intimista e l’indagine psicologica che Tanizaki mette in atto. La trama triviale, la contesa di una gatta domestica, è il pretesto che lo scrittore giapponese utilizza per sondare e scandagliare quei due microcosmi che sono la famiglia con le sue dinamiche – fatte spesso di tensioni taciute e di desideri inespressi – ma anche e soprattutto di quel mondo interiore che è la psiche umana. In questo romanzo breve (o racconto lungo, questioni di prospettiva) la gatta Lily è ciò che permette di cucire assieme le psicologie di quattro personaggi distinti fra loro: il marito bamboccione, la moglie isterico-manesca, l’ex moglie calcolatrice e desiderosa di rivalsa e la mamma-tigre e burattinaia. Lo stile di Tanizaki è essenziale, ma non per questo scarno; anzi. Il testo scorre fluido: ogni parola è funzionale, cesellata. Affascinante è il continuo scivolare da una psicologia all’altra: ogni riflessione e punto di vista risultano solidi e validi, ma è sufficiente che il focus sia nella mente di un altro personaggio che la solidità e la validità di quelle riflessioni sfumino per assumere contorni e significati diversamente validi. La relatività dei punti di vista e l’inafferrabilità della verità ricordano molto Rashōmon di Ryūnosuke Akutagawa, (contemporaneo di Tanizaki e suo nemico sul piano stilistico-letterario) da cui Akira Kurosawa trasse l’omonimo film nel 1950. Considerato un gigante della letteratura nipponica, celebre soprattutto per aver esplorato nei suoi romanzi i meandri più reconditi dell’erotismo, anche l’opera di Jun’ichirō Tanizaki è stata oggetto di adattamenti cinematografici: Tinto Brass nel 1983 realizzò La chiave tratto dall’omonimo libro del 1959, mentre nel 1985 Liliana Cavani si ispirò a La croce buddista (1928-1930) per il suo Interno berlinese.

 


 

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