La genesi del Mein Kampf

La genesi del Mein Kampf

Il 1924 è un anno troppo spesso trascurato dagli storici nello spiegare l’importanza del “fenomeno” Hitler. Si preferiscono agli anni della detenzione e del suo processo il periodo della roboante ascesa al potere, quando Hitler era sostenuto da una folla oceanica di cittadini mesmerizzati dal linguaggio e dalla gestualità veementi di quest’uomo dagli occhi spiritati e dal carisma non indifferente, soprattutto se comparato ai rivali dell’epoca. In realtà è proprio nel periodo compreso tra il 1923 e il 1924 che Adolf Hitler passa dall’essere chiassoso agitatore politico con velleità rivoluzionarie – il grossolano putsch della birreria di Monaco ne è l’esempio più lampante – a leader unico di un partito che inizia sempre più a intercettare il malcontento tanto del popolo oppresso dalla fame quanto di una certa aristocrazia terriera e industriale poco incline a mercanteggiare con lo zoppicante governo di Weimar e ancora scottata dalla debacle della Prima Guerra Mondiale. Nei mesi di prigionia successivi al suo maldestro golpe, questo capopopolo dalle velleità artistiche troverà il tempo di mettere nero su bianco il suo pensiero, la sua strategia per creare un nuovo Reich millenario, traendo spunto dal pensiero del giornalista e drammaturgo Dietmar Eckhart, dal padre della geopolitica Karl Haushofer e addirittura dall’industriale americano Henry Ford, autore dell’incendiario pamphlet antisemita L’ebreo internazionale. Il risultato delle elucubrazioni carcerarie di Hitler è il Mein KampfLa mia battaglia – un’opera che rappresenterà la quintessenza del libro proibito ma che ai tempi della sua pubblicazione (avvenuta tra il 1925 e il 1926) passò quasi inosservata, al pari della liberazione dopo pochi mesi di detenzione di quel prigioniero modello, così appassionato e mattacchione che mai, per l’opinione pubblica, avrebbe potuto recitare un ruolo significativo nella temperie culturale e politica di quegli anni incerti e imprevedibili…

Su Adolf Hitler è stato scritto e detto di tutto, ma la possibilità di recensire un intero testo dedicato alla genesi del Mein Kampf ha senz’altro solleticato la mia curiosità. In primo luogo perché negli ultimi anni si è assistito – complice la scadenza dei diritti d’autore – a un nuovo interesse nei confronti di questo libro maledetto che nel 2016 è riuscito addirittura a scalare le classifiche di vendita in Germania (!), e in secondo luogo perché il periodo della sua redazione è la cartina al tornasole di ciò che Hitler era prima della carcerazione e di ciò che sarebbe diventato dopo. Il compito di raccontare questo passaggio è toccato all’esperto giornalista Peter Ross Range, che può vantare una lunga carriera in alcune fra le testate più prestigiose e influenti tra cui il “New York Times” e il “National Geographic”. Conformandosi al tipico stile Made in U.S.A. per quanto concerne la saggistica storica, l’autore punta sulla scorrevolezza dell’opera, servendosi di importanti citazioni bibliografiche (Kershaw su tutti) e indugiando nella caratterizzazione umana del personaggio Hitler, col suo delirante e fanatico stoicismo e con l’ascendente che era in grado di esercitare nei confronti di ogni genere di persona che gli si avvicinasse. Se si volesse trovare una pecca in questo buon prodotto, la si deve cercare nella scarsa capacità di sviscerare appieno le ragioni della fortuna di Hitler, liquidandone troppo facilmente il successo come figlio dei tempi e di uno stile personale, retorico e comunicativo senza dubbio nuovo, anziché chiedersi come sia stato possibile che l’inconsistenza di certi proclami abbia potuto avere un tale seguito. Pregevole, sebbene per fini di intrattenimento, quel pizzico di storytelling – sempre citato e documentato – che “colora” un buon lavoro, utile per comprendere non solo un uomo ma anche un periodo storico caratterizzato da fortissima instabilità politica e sociale.



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