La gente felice legge e beve caffè

La gente felice legge e beve caffè
Diane, Colin e Clara. Diane e Colin hanno messo su una bella famigliola. Clara ha soli 5 anni ma è già una bimba adorabile. Diane ha coronato il sogno di aprire un Caffè Letterario. Sono felici. Ma la felicità non dura per sempre e se ne va insieme a Colin e Clara in un brutto incidente. Canticchiando. È passato un anno da quel giorno terribile, ma per Diane tutto si è fermato agli attimi in cui, sognante, aveva osservato suo marito e Clara andarsene via sulle note di una canzoncina. Per sempre. È rimasto tutto invariato: i peluche di Clara nella stanzetta, gli abiti di Colin, i loro ricordi insieme. Solo una cosa è cambiata: Felix, l’amico gay di Clara, è diventato una presenza costante nella sua vita immobile e abbandonata. Sembra avere la missione di scuoterla dal suo torpore. Fallendo continuamente. Nel frattempo Diane ha anche abbandonato la sua unica passione, proprio il Caffè Letterario. Forse ritornare nel “mondo dei vivi” la aiuterà a staccarsi definitivamente dagli affetti perduti. Sì, andrà in Irlanda, a Mulranny. D’altronde ne aveva parlato spesso con Colin. Quella volta, quando erano felici…
La gente felice legge e beve caffè, e Diane ha smesso. Ma solo di leggere e bere caffè. Insieme a Agnès Martin-Lugand accompagniamo la protagonista del suo romanzo nel (purtroppo!) naturale percorso di elaborazione del lutto. È tanto difficile accettare l’assenza e rinchiudersi in un dolore silenzioso e arrendevole? È possibile risalire e riuscire a vivere la propria quotidianità senza rischiare di soffocare? Il tema del lutto è sempre stato caro alla letteratura e alla cinematografia, proprio perché parte integrante della nostra esistenza ma, al tempo stesso, disagio dalle milioni sfaccettature. La Diane dell’autrice francese cerca la pace al di fuori di sé, in un luogo sconosciuto, in un contesto nuovo. Ma i ricordi e il dolore non hanno spazio e tempo. Attraversano oceani e scalano montagne. Senza staccarsi mai. Il viaggio risolutivo è solo quello del proprio io, verso l’accettazione di un’assenza per la quale non esistono motivi logici. Solo un vuoto incolmabile.

 

 

 
 
 
 
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