La geografia dell’incertezza

La geografia dell’incertezza

Perché John Kenneth Galbraith, apprezzato professore di economia di Harvard, si imbarcò in un’avventura catodica, con la BBC, chiamata “L’età dell’incertezza”? Cosa significava, già nel 1977, osservare il contrasto tra le monolitiche certezze del pensiero ottocentesco e le loro rovine novecentesche? Perché nel fondamentale “Secolo breve” di Hobsbawm si può leggere che l’ultima parte del Novecento “è stata una nuova epoca di decomposizione, di incertezza e di crisi” – e quanto hanno influito certe forze economiche soprannazionali e transnazionali nel frantumare i vecchi Stati nazionali indipendenti? Qual è stato il peso della caduta del comunismo sulla stabilità del pianeta? È esatto dire che è stato distrutto un sistema che aveva stabilizzato, per circa cinquant’anni, le relazioni internazionali? Che altro è andato distrutto? Da cosa viene determinata una “geografia dell’incertezza”? Quali sono i fattori cardine? Una profonda crisi di sistema, internazionale, quanto può incidere su una carta geografico-politica? E una crisi economico-finanzaria, che genere di ripercussioni può avere sui territori? Per quanto tempo? Possibile che la geografia possa essere soltanto descrittiva, oppure è più saggio considerarla una disciplina più ambiziosa? Come si può accostare la geografia, che intende porsi come descrizione ordinata della terra, con il disordine, il disallineamento, l’incertezza? In che senso l’inizio della modernità è stato rivoluzionario, e ha destabilizzato l’antico ordine? Che significa che la modernità ha messo in discussione presupposti metafisici e religiosi considerati indiscutibili? Che ruolo giocarono le esplorazioni e le progressive, nuove scoperte in questa rivoluzione? Perché e in che misura costituirono una tragedia per la cartografia? Che significa che per la geografia, in età moderna, si avviò un processo di “secolarizzazione”? Come veniva immaginato e mappato il mondo, dalle civiltà europee e mediterranee medievali? Cosa si pensava esistesse al di là di certi confini? Cosa ha significato passare da un concetto rassicurante come “nec plus ultra” all’avventuroso “plus ultra”? Quali erano le prospettive europee sul mondo, sino a quel momento? Quali sono diventate, di lì in avanti? Perché Gerusalemme veniva considerata il centro del mondo, un tempo? E perché l’Oriente veniva rappresentato non a destra, ma in alto, nelle mappe, stabilendo una coincidenza dell’elemento cosmico-solare con quello divino? E come veniva rappresentato l’Eden? È possibile fare un parallelismo tra l’inizio della modernità e la nostra epoca? Stiamo vivendo una crisi sistemica comparabile? Allora, come oggi, si poteva parlare di una “geografia dell’incertezza”? Con quali conseguenze sui confini interstatali, sulla sicurezza dei cittadini, sulla stabilità delle economie degli Stati? In che senso l’incertezza è una caratteristica prettamente geografica? Perché l’Amleto di Shakespeare è così presente nella nostra epoca? Cosa significa che sia stato scritto in un momento di cambiamento sistemico? Perché Amleto è uno dei simboli della modernità? Cosa significa che sia tanto tormentato dall’indecisione e dall’incertezza?

A queste domande risponde, con un approccio coraggiosamente interdisciplinare, l’esordio del geografo romano Alessandro Ricci, ricercatore a Tor Vergata; laureato in Storia Moderna, già segretario generale della Società Geografica Italiana, Ricci è tra i coordinatori del sito “geopolitica.info“. Exòrma ha pubblicato un saggio coraggioso e obliquo – in un certo senso, siamo a metà tra la filosofia, la “poetica della geografia” e l’economia, con un occhio di riguardo alle letterature comparate – e probabilmente destinato a un pubblico trasversale. Un pubblico trasversale come, potenzialmente, quello degli scritti del libanese Nassim Taleb, padre del famigerato e altrettanto anfibio Cigno nero e dell’Antifragile; il limite del lavoro dell’entusiasta e avventuroso Ricci sta nelle ripetizioni concettuali – parecchie, a distanza dei 7 capitoli: sembrano assemblati a posteriori, forse, almeno a volte, è stato così – e nella scrittura, in qualche frangente molto più vicina a un canovaccio per una lezione o per un ciclo di lezioni universitarie che a un saggio, in altre parole periodicamente “scrittura da taccuino”: un taccuino da consultare freneticamente per poi sprofondare nella (ricca) bibliografia, in appendice, in cerca delle coordinate adatte e di altre suggestioni. A livello editoriale, vale la pena segnalare che questo è il secondo buon saggio geografico a vedere la luce, nel catalogo Exorma, a breve distanza dal fascinoso, potente Artico nero dell’antropologo Matteo Meschiari; i due lavori sono accomunati da un approccio almeno singolare (se non proprio originale), da una buona personalità autoriale (soverchiante, nel caso di Meschiari), da un carattere di rottura o di ripetuta provocazione se non direttamente rivoluzionario. La “crisi di un modello e della sua rappresentazione” è fertile di ispirazione: così il rovesciamento dei paradigmi o il loro spaventoso decadimento. La copertina Exòrma è invece debolissima e scolastica – purtroppo non aiuta a capire che genere di libro sia questo dell’esordiente Ricci; paradossalmente, poteva avere più senso rappresentare Amleto col teschio di Yorick, lasciando magari sul tappeto un mappamondo rotto e qualche vecchia cartina, fatta a pezzi.



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