La giungla

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Chicago, primi del Novecento. La famiglia di Jurgis Rudkus, emigranti lituani in cerca di fortuna nel Nuovo Mondo, è riunita per un lieto evento: nella saletta d’attesa ubicata sul retro di una taverna in quello che in città è conosciuto come il “quartiere dei macelli” si festeggia il matrimonio tra Jurgis “spalle forti e mani da gigante, il fiore bianco all’occhiello dell’abito nero mai messo prima” e la giovanissima ed esile moglie Ona che nel suo vestito di mussola bianca osserva tremante e piena di stupore il banchetto allestito per lei dalla famiglia, intenta a cercare di rispettare quanto più le tradizioni e le consuetudini della Lituania anche se lontani ormai centinaia di chilometri dalla terra natìa. La festa si protrae fino alle tre della notte; è ora di riposare; domani mattina, come ogni lunedì, ciascuno deve essere al proprio posto, alla Durham o alla Brown o alla Jones, ciascuno pronto nella propria divisa da lavoro. “Se qualcuno avesse fatto un solo minuto di ritardo, si sarebbe vista decurtata un’ora di salario; e se poi avesse avuto molti minuti di ritardo, be’, poteva anche darsi che il suo gettone di presenza fosse voltato verso il muro, il che equivaleva a riconoscere di aver perduto il posto, e ciò lo avrebbe mandato ad unirsi alla folla affamata che attendeva ogni mattina alle porte delle fabbriche conserviere, dalle sei fino quasi alle otto e mezzo. Non c’era eccezione a questa regola, neppure per la piccola Ona che aveva chiesto le ferie per il giorno del suo matrimonio – un giorno di ferie non pagato – ma a cui era stato rifiutato”...

Parlando de La giungla di Upton Sinclair, Jack London nel 1906 scrisse: “Quando John Burns, il grande leader sindacale inglese […] visitò Chicago, un giornalista gli chiese la sua opinione sulla città. Chicago – disse – è un’edizione tascabile dell’inferno. Tempo dopo, a bordo della nave che portava in Inghilterra, un altro giornalista gli si avvicinò e gli chiese se, nel frattempo, avesse cambiato opinione. Certo – fu la sua pronta risposta – penso che l’inferno sia un’edizione tascabile di Chicago”. E come dare torto a Burns leggendo questo lungo racconto frutto di un periodo trascorso nel quartiere dei macelli dove Sinclair si recò ‒ quando ancora era un giornalista poco conosciuto ‒ per conto di un settimanale socialista e finanziato dal miliardario George Herron. Lo scopo era quello di documentare le condizioni di vita degli operai impiegati nell’industria conserviera e della carne; ne venne fuori un romanzo duro, incredibilmente crudo e così sconcertante che Theodore Roosevelt fu costretto a convocare Sinclair alla Casa Bianca in una audizione dalla quale partì un’indagine federale e la successiva approvazione da parte del Congresso della Federal Food and Drugs Act, prima legislazione americana sugli standard di controllo federale per gli alimenti. Il sogno americano di Jurgis si infrange di fronte alle privazioni ed alle umiliazioni che subisce quotidianamente; di fronte a ritmi di lavoro massacranti e ai lutti inenarrabili, non ultima la morte di un figlio per inedia; di fronte ad un sistema che tratta gli operai alla stregua delle povere bestie che vengono macellate a migliaia al giorno con metodi crudeli: “In quel reparto giungevano tutti i liquami residui della lavorazione […] Uomini, donne e bambini se ne stavano ricurvi sopra macchine roteanti o segavano ossa in molteplici forme, respirando quella polverina sottile che li avrebbe condotti alla morte in un tempo preciso. Ciò che si faceva nel reparto era estrarre albumina dal sangue e produrre cose rivoltanti da altre cose rivoltanti, attraverso procedimenti di trasformazione che vedevano l’impiego di sostanze chimiche”. E poco importa se la gente moriva sul posto di lavoro, se i “prosciutti California” erano confezionati con scarti di produzione e spesso con carne andata a male e trattata con soda caustica per eliminarne la puzza, se le mucche malate di tubercolosi venivano macellate e mandate alla lavorazione assieme ai ratti morti, se non esisteva posto dove gli operai potessero lavarsi le mani prima di pranzo, se qualche operaio diventava “accidentalmente” un “Lardo Foglia d’Oro” od un fertilizzante...nulla poteva contro la macchina stritolante del capitalismo, quella che già nel 1842 - nel suo primo viaggio negli Stati Uniti - Charles Dickens definì “il dominio dei furbi che ingannano la fiducia degli altri; […] i truffatori e i disonesti la fanno franca e sono ai vertici della società”. Un romanzo di dura denuncia, un capitolo importante della storia sociale e politica americana, che aprì all’epoca la strada del giornalismo di inchiesta e che fece anche riflettere molto gli americani: non solo sulle condizioni degli immigrati e dei lavoratori più poveri, ma anche – forse per la prima volta – su ciò che arrivava quotidianamente sulle loro tavole.



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