La giustizia di Pulcinella

La giustizia di Pulcinella
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Pulcinella è sulla bocca di tutti, ormai. Da quando ha vendicato il parroco del quartiere Sanità appendendo a un gancio da macellaio il suo carnefice, tutti hanno potuto rendersi conto, all’istante, di quale fosse la posta in gioco: Pulcinella è uno che si trova dalla parte degli oppressi, contro gli oppressori. Ma è anche un giustiziere, che non si affida alla legge per risolvere i problemi, se non alla sua. È un paladino dei deboli, che aiuta a liberarsi dal giogo dei violenti; ma per farlo, usa la loro stessa violenza. È una condizione che - come in una sorta di guerra delle opinioni - spacca l’Italia in due: “Ci sono le istituzioni”, dicono alcuni, “la giustizia non può essere privata”; gli altri, anche quando non parlano, pensano che le istituzioni siano una gran bella cosa: ma che qualcosa bisogna pur fare quando queste non funzionano abbastanza bene (o abbastanza velocemente). Di fatto, Pulcinella è ora il ricercato numero uno del Bel Paese, al punto che l’Interpol ha deciso di intervenire a supporto delle indagini: è evidente che alle questure non va giù che ogni successo di quel criminale venga definito una loro sconfitta. Puccio D’Aniello, frattanto, il “tuttaio” la cui ulteriore identità è segreta a (quasi) tutti, se la ride: non tanto perché pensi di essere effettivamente a prova di cattura, ma perché sa che un’altra e più urgente missione lo attende...

Dopo Chi ha paura di Pulcinella? e Uccidete Pulcinella (il quarto e ultimo capitolo della saga, già annunciato, si intitolerà Pulcinella sotto terra), torna la figura dell’eroe partenopeo che, da solo, riesce a mettere alla gogna i camorristi di ogni latitudine, irridendoli e riportando la speranza fra la sua gente, il popolo di quella Napoli che - come molte altre realtà del sud Italia - crede, sì, che la criminalità organizzata sia un fenomeno storico transitorio, destinato un giorno a scomparire (come diceva Giovanni Falcone a proposito della mafia), ma ha perso la speranza di riuscire a vedere quel giorno con i propri occhi. La diatriba sull’idea di giustizia che si annida nella mente e nelle azioni del giustiziere mascherato è occasione per Massimo Torre - napoletano classe ’58 che vive a Roma ed è stato sceneggiatore di film e serie televisive di successo, oltre a far parte della giuria del Premio Solinas, il più prestigioso premio di sceneggiatura italiano - per una più ampia riflessione sulla giustizia in generale, quella di un mondo che sembra aver dimenticato la morte per fame e per malattie curabili di milioni di persone, e che pare non risentire della sempre più iniqua ripartizione delle ricchezze. Un romanzo godibile - al di là dell’ortografia delle abbondanti parti in dialetto napoletano, completamente sbagliata - che invita lo stesso lettore a riflettere e a schierarsi. Impossibile non prendere posizione.



 

 

 

 
 
 
 

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