La gran madre

La gran madre

L’inquietudine, l’insoddisfazione dinanzi alla pigrizia e all’inerzia della cultura ufficiale, l’ansia di una verità diversa rispetto a quella dei filistei e dei borghesi, sommuovo i pensieri di Umberto Boccioni e liberano un groviglio di sensazioni comuni a artisti italiani impegnati nell’affermazione anche in Italia di una versione culturale aperta alla nuova problematica che in Europa si stava già affermando. Ma dopo un primo periodo di fervida attività, il fermento intellettuale, le nostalgie anarchiche e socialiste, la ricerca dell’appena sorgente società italiana liberatasi dal punto morto in cui sembrava essersi arenato lo sviluppo risorgimentale si disperdono in un’orgia di irrazionalità. Da questa esperienza, che lo aveva avuto tra i più convinti propugnatori, Boccioni esce con un disprezzo per tutto ciò che non è arte. Colto quasi di sorpresa e sconcertato, egli si rivolge a quella “Gran madre” a cui è rimasto sempre fedele: “È impossibile che l’era dell’arte sia finita e che sia cominciata quella della scienza. Che l’umanità non abbia più bisogno di canto”…

Il punto di vista che Umberto Boccioni (1882 – 1916) dà sullo stato dell’arte che contraddistingue i primi anni del secolo scorso è dettato da una sensibilità tormentata e irrequieta, ma mai al di fuori delle coordinate di una ragionevole scelta artistica. Per cui nelle pagine di questa breve volumetto, in cui Fabrizio Zollo raccoglie una preziosa selezione di pensieri del pittore e scultore futurista, non si trovano estremismi di sorta o provocazioni, ma moderate riflessioni. Il ritratto che ne esce è quello di un uomo permeato da un atteggiamento anti-intellettualistico che cerca di mettere in pratica i propri ideali artistici. La modestia con cui racconta sembra essere parte del suo carattere, per cui capita di leggere frasi non sempre illuminanti. Ma prevalgono considerazioni che testimoniano della sua libertà di giudizio, della necessità di mantenere sempre aperto e libero il flusso creativo senza lasciarlo debordare nell’irruenza, mantenendo il cuore sempre al posto giusto e difendendo l’aura dell’arte e il suo significato dalle contaminazioni ideologiche.



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