La grande Illusione

Un Paese in guerra da quarant’anni. Apparentemente marginale, incastonato nel cuore dell’Asia; il suo interesse strategico non salta subito all’occhio. È vero, è ricco di risorse minerarie e idriche, ma questo non basta a spiegare quattro decenni di guerra, di cui gli ultimi due anche di “nostra guerra”, del grande gendarme statunitense e noi suoi alleati minori. Da quasi un paio di secoli, almeno dai tempi del “grande gioco” fra impero britannico e impero zarista, l’Afghanistan sembra essere la chiave; sembra conservare la combinazione per aprire lo scrigno che custodisce il controllo delle rotte commerciali, oggi rivitalizzate, che vanno dall’India e dalla Cina all’Europa e al Medio Oriente. A guardarlo meglio sulla mappa il suo valore strategico appare infine più chiaro: essere in Afghanistan vuol dire - per gli Stati Uniti soprattutto - essere a un passo dall’ex-Unione Sovietica e dalla Russia, a un tiro di schioppo dalla Cina, a ridosso dell’Iran. Forse così acquisiscono maggior senso questi diciannove lunghissimi anni di guerra – la più lunga guerra americana, arrivata ad aggiungere non necessarie sofferenze al ventennio inaugurato dall’invasione sovietica del 1979. L’Afghanistan è un’occasione di ricostruzione persa, un pozzo che inghiotte inutilmente spesa militare e spesa umanitaria senza produrre molto altro che morte, vittime civili, economia di guerra, una struttura statale di cartapesta. L’Afghanistan è ormai un Paese modellato e spezzettato dalla guerra e dalle sue macro e microeconomie. Un paese quasi sparito dalle mappe di un occidente sempre più ripiegato sul suo ombelico, distratto, inconsapevole delle proprie responsabilità. Mentre gli Stati Uniti e i Talebani si accingono a firmare un accordo di pace, in Afghanistan si continua a morire, sebbene nessuno ne parli; l’Europa cinicamente rimpatria i rifugiati afgani giunti da noi dopo massacranti e umilianti viaggi della speranza. La capricciosa diplomazia di Trump intavola un negoziato addirittura con i Talebani, che adesso pubblicano comunicati sul New York Times, ma nessuno sembra intenzionato a ricostruire veramente il tessuto sociale, culturale e politico del Paese…

Ci indica lo stato dell’arte questo volume pubblicato nell’ottima collana “Orizzonti Geopolitici” di Rosenberg&Sellier. Un volume collettaneo che raccoglie voci di esperti di varia estrazione, ma con una consolidata conoscenza del paese. Accademici, giornalisti, diplomatici, attori della società civile. Elisa Giunchi ci illumina sugli aspetti locali del fenomeno dei talebani in quanto legato alla struttura etico-sociale e tribale pashtun. Emanuele Giordana, che cura prefazione e riflessioni di chiusura, nel suo intervento discute la collocazione geografica dell’Afghanistan a partire dai suoi confini, descrivendo sinteticamente il crocevia di interessi che questo paese rappresenta. Andrea Carati fa luce sulle tre fasi dell’impegno americano in Afghanistan sotto le tre diverse presidenze: Bush jr, Obama, Trump. Antonio Giustozzi discute l’evoluzione della struttura ideologica e organizzativa dei talebani. Chiara Sulmoni fai i conti dei costi del conflitto in termini di vite civili. Paolo Affatato scrive delle, in verità esigue, minoranze religiose del paese. Fabrizio Foschini a seguire ci dà il quadro del mosaico etnico che compone l’Afghanistan e argomenta sulla definizione dell’identità nazionale di questo paese diviso per lo più fra pashtun al sud, hazara sciiti al centro, tajiki al nord. Giuliano Battiston, che firma a mio vedere il pezzo più interessante del volume, parla della scarsa legittimità di tutti i “segmenti di potere” presenti in Afghanistan, che derivano il loro potere da fattori esogeni (la comunità internazionale per il governo, le reti dei traffici di droga e armi per le shure dei talebani, etc.) Nino Sergi offre il suo punto di vista sul lavoro della cooperazione, il conflitto di quest’ultima con l’intervento militare. Francesca Recchia firma un articolo sulle dinamiche culturali dell’Afghanistan e soprattutto di Kabul; sui meccanismi a volte orientalisti del finanziamento della produzione artistica da parte di ONG e organizzazioni internazionali intenzionate a creare una vetrina del “cambiamento del paese”. Alidad Shiri ci dà notizie sulla diaspora, soprattutto in Italia, e sul viaggio dall’Afghanistan all’Europa. Enrico de Maio, ex ambasciatore in Pakistan, discute il ruolo della diplomazia, il pallino della quale sta progressivamente passando alla Cina. Emanuele Giordana, ancora, firma la Nota conclusiva sulle nostre responsabilità, con una critica aperta all’intervento militare e all’alleato “maggiore”. Un ottimo volume, corredato dalle splendide infografiche di questa benemerita collana geopolitica, e di grande attualità, anche per dare un contesto ai recenti accordi di pace fra Stati Uniti e Talebani.

 


 

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