La grande mattanza

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Nasce con il banditismo italiano della seconda metà del Cinquecento il mito del brigante “che combatte il ricco a favore del povero”, una narrazione che trova terreno fertile nella profonda crisi economica e sociale di quei decenni. La situazione cambierà nella prima metà del Seicento, quando “a emergere sono masnade che si mettono al servizio dei signori locali o degli eserciti privati dei baroni diventando strumento della reazione feudale” e ancora diversa sarà nel Settecento, con la dominazione francese in Italia. Per combattere il banditismo le autorità nella storia hanno utilizzato alternativamente (ma anche in contemporanea) due metodi opposti: una repressione persino spropositata o/e una politica premiale: chiunque uccide o consegna un bandito conquista per sé una sorta di indulgenza, indipendentemente dai reati commessi o, se è un incensurato, può estenderla ad un familiare che ha commesso un reato anche grave. La prova di aver ucciso un bandito è la sua testa e questo ingenera in tutta Italia un vasto, turpe mercato di teste (spesso di innocenti) usate come “macabro titolo di credito”. Esemplare la vicenda del sedicenne Francesco Poliarco, arrestato a Lucera nel 1628 per aver chiesto informazioni con fare sospetto, vestito di un “abitello negro”. Interrogato e pestato senza motivo dai soldati, che lo riducono a “un grumo di sangue”, il ragazzo per far smettere la tortura confessa di far parte di un’inesistente banda di briganti. Un giudice frettoloso lo condanna a morte dopo poche ore: il cadavere è squartato, “ridotto in pezzi” ed “esposto in vari luoghi”. Questa fretta è sospetta: infatti è dovuta al fatto che un signorotto del luogo, “fuorgiudicato per banditismo”, ha bisogno di una testa di brigante per comprare la sua libertà e perciò ha corrotto soldati e giudice. Ma il caso vuole che Poliarco sia figlio di un benestante, che chiede giustizia con veemenza, ottenendo addirittura con una supplica al re spagnolo Filippo IV l’apertura di un’inchiesta, che porta ad un processo che però si conclude con il proscioglimento del giudice e la condanna di imputati minori…

L’analisi storiografica del fenomeno del brigantaggio meridionale è sempre stata “inquinata” dalla coabitazione – nella vasta bibliografia sull’argomento e nell’immaginario collettivo – di due visioni radicalmente diverse: quella che vede i briganti come crudeli malfattori e quella che li vede come eroi, martiri delle lotte contadine e/o dell’indipendentismo. “Come si conciliano o si spiegano due letture così opposte e divergenti?”, si domanda Enzo Ciconte, storico calabrese specializzato nella Storia della criminalità organizzata, ex parlamentare e oggi docente presso l’Università degli Studi dell’Aquila nell’introduzione a questo imperdibile volume, per rispondersi: “È probabile che esse nascano da una narrazione sempre troppo parziale di queste vicende”. Il suo saggio incalzante contribuisce non poco a fare chiarezza, anche se qui i briganti rimangono sullo sfondo. In primo piano infatti ci sono “coloro che hanno guidato ed effettuato la grande repressione”, con i loro metodi brutali: fucilazioni sommarie, torture, impiccagioni di gruppo, decapitazioni, oltraggio ed esposizione dei cadaveri, stupri, saccheggi, minacce, arresti dei familiari dei ricercati. Una guerra senza esclusione di colpi – qui descritta dal Cinquecento al Novecento – che a tratti diventa una guerra sociale, lo sterminio sistematico di quella “classe di persone, (…) quei disgraziati i quali, o per pravità naturale, o malconsigliati dalla miseria e trascinati dal vizio, e quasi sempre per difetto di educazione si danno al mal fare”, come si legge in una circolare del Ministero dell’Interno del 26 maggio 1866. “La repressione è tanto più dura e spietata perché c’è la convinzione che il Mezzogiorno d’Italia sia un territorio abitato da sanguinari e da selvaggi nei confronti dei quali la violenza è più che giustificata”, scrive Ciconte, e in effetti nel libro vengono riportate dei giudizi a dir poco ingenerosi soprattutto verso la Calabria e i calabresi, definiti in documenti ufficiali rispettivamente “nido dei briganti più feroci del mondo” e “les sauvages de l’Europe”, “un popolo di assassini” con una “indole sanguinaria”, presso cui “il furto e in specie la rapina si presentano come la espressione di un energico istinto”. Ciconte racconta ne La grande mattanzacon precisione e passione una lunga parentesi della Storia italiana, purtroppo poco conosciuta e quasi mai studiata nelle scuole. È una lettura semplice e scorrevole, malgrado l’imponente apparato bibliografico, ma non per questo affetta da dannose semplificazioni. Consigliatissimo.



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