La grande strategia dell’Impero Romano

Tra il mondo ai tempi della Guerra Fredda e quello ai tempi dell’Impero Romano le analogie sono ben poche in campo economico, sociale, culturale e politico, è evidente. Ma in campo militare sono riconoscibili delle interessanti somiglianze. “Per i Romani, come per noi, i due requisiti essenziali di una società in evoluzione erano una sicura base materiale e un’adeguata sicurezza”: la forza militare per garantire stabilità sociale, politica ed economica, quindi. Le legioni erano a guardia di un sistema, di uno stile di vita, ma la loro forza non derivava affatto – o almeno non sempre, come invece erroneamente si crede – da una chiara superiorità tattica e di armamenti: “(…) il soldato romano del periodo imperiale non era famoso per il suo élan”, era un soldato di professione, spesso cinico e opportunista, non un coraggioso guerriero pronto a tutto per la patria. Le armi romane erano spesso inferiori a quelle dei nemici dell’Impero, e anche l’acume strategico dei generali dell’Urbe, spesso designati per ragioni politiche e non selezionati per il loro valore, non era paragonabile a quello dei condottieri nemici. Perché allora Roma pareva inarrestabile e invincibile? “La superiorità dell’impero era di un tipo molto più raffinato: derivava dall’insieme delle idee e delle tradizioni che formavano l’organizzazione del potere militare romano”, sfruttato a fini politici. “La salda subordinazione delle priorità tattiche, degli ideali marziali e degli istinti bellici ai propositi politici costituisce la chiave del successo della strategia imperiale”…

Edward N. Luttwak, consigliere del Center for Strategic and International Studies di Washington, lo vedete spesso ospite nei talk show televisivi in occasione di guerre, attentati terroristici et similia snocciolare le sue posizioni spesso (neo-con)troverse in perfetto italiano, seppure con un riconoscibilissimo accento americano. In questo interessante volume della fine degli anni Settanta la sua attenzione è invece concentrata sull’evoluzione della strategia militare dell’Impero romano al mutare delle condizioni geopolitiche interne ed esterne, nell’arco di circa quattro secoli. La peculiarità di questo saggio è proprio nella visione d’insieme e nella libertà che Luttwak si concede di analizzare la strategia romana come si farebbe con quella di USA o URSS, perché “come i Romani, ci troviamo oggi (nel 1976, ndr) di fronte alla prospettiva non di un conflitto decisivo, ma di un permanente stato di guerra, seppure limitato”. Impero Romano e superpotenze della Guerra Fredda quindi avrebbero in comune il superamento delle concezioni strategiche clausewitziane e paradossalmente sarebbero assai vicine nella prassi pur essendo molto distanti nel tempo. Partendo da questa premessa Luttwak identifica tre diversi “sistemi” di sicurezza imperiale: quello Giulio-Claudio (da Augusto a Nerone), quello Flavio-Severo (da Vespasiano a Marco Aurelio) e quello Costantiniano (nella decadenza dell’Impero). Il primo era basato sul controllo egemonico degli Stati-satellite, ai quali era – almeno in prima istanza – demandata la responsabilità della sicurezza dei confini, il secondo era basato sulla dislocazione di truppe di confine fatalmente più esigue di quelle che avrebbero messo in campo degli Stati-clienti ma sufficienti a causa della marcata “romanizzazione” dei territori per questo più stabili politicamente e più fedeli all’Impero; il terzo infine era basato su una difesa “in profondità” con una doppia struttura di truppe di confine e unità centralizzate da campo. Conclude il libro, leggibile e interessante malgrado fastidiose ripetizioni disseminate qua e là, un’arguta riflessione: strategie militari e politiche a parte, “al centro della questione rimane la percezione del potere con i problemi relativi e vi rimane anche la distinzione fra i concetti di potere e di forza”.



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