La guardia bianca

La guardia bianca
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All’alba della guerra civile che in Ucraina è il preludio degli esiti della Rivoluzione d’ottobre, i Turbin ‒ famiglia nobile di fede monarchica ‒ vengono scossi dalla morte della madre. L’affiatamento familiare e l’unità che ne deriva fa sì che Elena, Nikolka ed Aleksej Turbin si ritrovino con un equilibrio familiare spezzato tutto da ricostruire. Il loro lutto si consuma dentro una Kiev la cui vita sociale e politica, in quell’inverno del 1918, è minata dalle fondamenta. La città è sotto il controllo prima dei tedeschi, poi dell’etmano Skoropadski e infine di Petljura, capo degli indipendentisti. Prima che l’Armata rossa possa definitivamente conquistarla nel 1919, sembra di vivere una farsa. La vita una volta decorosa è buttata alle ortiche, tutto sembra svolgersi seguendo un tragico copione in cui non c’è posto per comportamenti esemplari né per nobili ideali. Un dramma ed una perdita di valori a cerchi concentrici: se Kiev è guidata da un etmano che si fa proclamare tale in un circo equestre, anche i Turbin, dopo la morte della madre, si trovano quasi subito ad affrontare un altro dilemma interno alla famiglia. Se i loro valori, da sempre, sono stati onestà e lealtà, così non è per Talberg, marito di Elena, disposto alle peggiori corruttele pur di salvarsi la pelle al punto che una notte, in fretta e furia senza lasciar tempo a spiegazioni e con un insano impeto di egoismo raccoglie soldi e documenti partendo al seguito dei tedeschi. Lascia la moglie ai fratelli che però decidono di difendere la città e si asserragliano dentro il loro vecchio Liceo. Da un lato i cosacchi di Skoropadski, dall’altro i bolscevichi e in mezzo la follia mercenaria di Petljura contribuiscono a fare di Kiev e della guerra civile un bagno di sangue nel quale i Turbin si lasciano andare in balia degli eventi inspiegabili che la storia ordisce nelle loro vite arrivando ad una confusione tale da non comprendere più quali siano le vittime e quali i colpevoli…

Non è un caso che Bulgakov apra il romanzo traendo una citazione dal Libro dell’Apocalisse: “Ed i morti furono giudicati dalle cose scritte ne’ libri secondo l’opere loro”. In quello che è unanimemente considerato dalla critica il suo romanzo più “cinematografico” ‒ per quell’intento, riuscito, di fare scorrere la narrazione come una vera e propria macchina da presa ‒ Bulgakov è anche in grado di raccontare la guerra come un abisso in cui non esistono salvati. Esistono solo sommersi, colpevoli in un modo o nell’altro perché fino in fondo responsabili delle proprie azioni. Nel bene o nel male quello narrato è un evento che non lascia incolume ed esente da colpe chiunque ne venga coinvolto. L’occhio attento e indagatore ci permette di andare più a fondo nei fatti storici che hanno messo in ginocchio l’Ucraina negli anni tra il 1916 e il 1919. I tedeschi che scappano e lasciano la città in mano ai cosacchi che a loro volta sono incalzati dagli indipendentisti di Petljura fino all’arrivo dell’Armata rossa. Un susseguirsi di bagni di sangue. Aleggia su tutto un senso di insicurezza, di incertezza, di sbandamento. Si fa spazio, in tutto ciò, solo una macchia unta di orrore che rende tutto più vischioso. Non possono esserci assoluzioni in questo. E infatti Bulgakov non ne distribuisce alcuna. Con una narrazione serrata, a volte estenuante, che guizza da un particolare all’altro, da una descrizione interna ad una esterna, da un primissimo piano ad un dialogo con una costante vena tesa di ironia (che troppo spesso vira al grottesco) ci mette davanti la Storia che a volte sfugge alla logica dei manuali: quella vista dall’interno in cui è tutto più sordido e meno nobile di quanto si possa raccontare.



 

 

 

 
 
 
 

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