La guerra dei mondi

Fine Ottocento. Un’immensa esplosione viene osservata sulla superficie di Marte da un astronomo dell’isola di Giava. Una colossale vampata che ricorda “il gas infuocato che scaturisce da un cannone”, di natura sconosciuta, si proietta in direzione del nostro pianeta. Ma le comunicazioni dell’epoca sono quello che sono, e la notizia merita solo un trafiletto sul “Daily Telegraph” che passa inosservato persino per gran parte degli addetti ai lavori. Solo ventiquattrore dopo, l’enigmatico fenomeno si ripete, e la cosa stavolta non sfugge a due astronomi inglesi, che passano una notte intera a studiare il cielo con curiosità e preoccupazione. Qualcosa pare essere partito dal Pianeta Rosso, proiettato verso la Terra “attraverso quell’inconcepibile distanza, divorando a ogni minuto molte migliaia di chilometri”. E di nuovo la notte successiva, e ancora e ancora, “per dieci notti, una fiammata ogni notte”. Il fenomeno cessa di colpo e tutto sembra tornare alla normalità finché una mattina presto “una linea di fiamma, alta nell’atmosfera” non viene avvistata su Winchester diretta verso est. Uno strano meteorite si schianta al suolo nella brughiera inglese: un enorme cilindro del diametro di 25 metri che sin da subito appare ai pochi accorsi sul luogo dell’impatto come un oggetto di chiara natura artificiale. Una estremità del cilindro inizia a ruotare, a “svitarsi”, ma dall'interno del veicolo incandescente non giungono segnali di vita. Ormai attorno al cratere si è formata una piccola folla di curiosi, tra i quali anche uno dei due astronomi che qualche notte prima avevano osservato le misteriose vampate marziane. Le ore passano, e all’improvviso un marziano fa capolino dal cilindro: “una massa grigiastra e arrotondata, grande press’a poco come un orso” circondata da tentacoli, con due grandi occhi e un piccolo becco, che pare respirare ansimando a fatica. Altre creature simili escono dal grande cilindro, la folla ondeggia, aumenta, indica, urla. L’astronomo si allontana istintivamente e questo gli salva la vita: dalla buca inizia a dardeggiare un letale raggio di calore, che fa strage delle persone più vicine. L’uomo allora fugge nelle campagne, diretto verso casa. Non sa che quello che ha visto è solo l’inizio di un’invasione su larga scala e che la Gran Bretagna sta per essere messa a ferro e fuoco da incredibili macchine da guerra venute da Marte...

Nato da una oziosa chiacchierata tra Herbert George Wells e il fratello durante una passeggiata nel verde della campagna del Surrey, presso Woking (esattamente nei luoghi teatro della apocalittica vicenda narrata nel romanzo), La guerra dei mondi è uscito a puntate sul “Pearson’s Magazine” nel 1897 e solo l’anno successivo è stato pubblicato in volume. Ormai da qualche anno Wells - complice lo studio per ottenere un posto da professore di Scienze e le scoperte/teorie di Giovanni Schiaparelli, Percival Lowell e altri astronomi su Marte e i suoi enigmatici "canali", che avevano avuto amplissimo risalto sui giornali – si interessava dell’argomento vita extraterrestre, tanto che nel 1896 aveva anche pubblicato un articolo divulgativo intitolato Intelligence on Mars sul “Saturday Review”. Bastò aggiungere un’infarinatura (confusa) sulla teoria dell’evoluzione di Charles Darwin e sulla zoologia in generale, la voglia nemmeno tanto celata di criticare l’autoreferenzialità presuntuosa dell’Inghilterra Vittoriana e la filosofia razzista che è da sempre alla base del colonialismo, e il gioco era fatto. Nasceva un genere letterario (e cinematografico, ma questo Wells poteva forse solo immaginarlo) che oggi, dopo più di un secolo, non mostra ancora una ruga, un vero tòpos. Dopo numerose riduzioni cinematografiche (e una radiofonica del 1938 - a cura di un giovanissimo Orson Welles - che causò un gravissimo caso di isteria collettiva, con morti e feriti), rileggere l’originale di Wells oggi a dire il vero fa un effetto un po’ straniante: il linguaggio e l’ambientazione sono per ovvi motivi insoliti, e scacciata con un sorriso di autocommiserazione la sensazione di trovarsi di fronte a un romanzo steampunk il lettore del XXI secolo si troverà a gustare con crescente piacere un libro ricchissimo di trovate seminali, costantemente sospeso tra cupo catastrofismo e puntuta satira sociale, una sorta di “Oscar Wilde contro i marziani”.



 

 

 

 
 
 
 

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