La guerra dei Murazzi

La guerra dei Murazzi
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Un susseguirsi di ex rimesse delle barche riconvertite in locali e bar, la movida cittadina che corre lungo la riva ovest del Po: dall’aperitivo all’alba è tutto un passeggiare di studenti fuorisede, turisti di ogni nazionalità, spacciatori e teste calde, torinesi di nascita e di adozione. Il tutto permeato di un’energia giovane, a volte violenta: musica e scontri tra bande rivali trovano riparo sotto il cielo di Torino. Tutto questo sono i Murazzi, i muraglioni del lungofiume, e anche ad anni di distanza dalla loro chiusura se li ricorda bene Manu, che negli anni ‘90 faceva la barista proprio in uno di quei locali. I Murazzi non erano per Manu solo lavoro, ma anche il luogo in cui la vita ha perso un po’ della sua innocenza. È qui infatti che ha incontrato Florian, il buttafuori arrivato in Italia a bordo del Vlora insieme ad altri 20.000 albanesi, ed è sempre qui che ha assistito all’insensato annegamento di un ragazzo nordafricano. E con la chiusura dei Murazzi come Manu anche Torino sembra aver perso l’ingenuità, la capacità di vedere il buono nel diverso, in chi viene in Italia spinto da nient’altro che la fame... Dai Murazzi a Londra passando per Cuba, altri protagonisti devono confrontarsi con il passato e rivedere la propria visione delle cose. C’è chi scopre il fascino dell’Oriente durante uno show dedicato ai parrucchieri, chi nel corso di un viaggio all’Havana mischia amore e impegno politico, chi preferisce la compagnia dei cani a quella degli essere umani…

Ci sono autori poco chiacchierati che rimangono ai margini del panorama letterario e che nonostante questo (o forse proprio per questo) quando poi si ripresentano con piccoli gioielli in forma di libro lasciano che siano questi a parlare per loro. Autori come Enrico Remmert, che dopo sette anni di assenza è tornato in libreria con la raccolta di racconti La guerra dei Murazzi. Era il 2010 quando uscì sempre per Marsilio il suo ultimo lavoro, Strade bianche; non a caso in un’intervista dell’epoca a “La Stampa” Remmert veniva definito uno scrittore “slow” proprio per l’abitudine di far passare molto tempo tra una pubblicazione e l’altra. Siamo però ben disposti a perdonargli l’attesa se il risultato di tanto lavoro è una raccolta come questa: quattro racconti distantissimi tra loro per geografia, protagonisti e numero di battute, ma al tempo stesso ben scritti, freschi e onesti. Remmert ha il dono di guadagnarsi la fiducia del lettore ad ogni frase, di farlo entrare a piedi uniti nella storia, così che a fine lettura sembra di aver assistito davvero alla rissa tra hooligan inglesi e nordafricani ai Murazzi, di aver assaggiato quel puerco cubano allo spiedo e di aver sentito con il nostro naso lo stesso odore fortissimo di cane percepito nel racconto Baal dal protagonista. C’è poi un messaggio molto bello che viene riportato dal vecchio Jefe in Havana 3 a.m. e che riassume lo spirito del libro: “Se tu smetti di guardare, questo posto smette di esistere. E […] qualcun altro, qualcuno che non è qui in questo momento, […] dovrà darsi da fare al posto tuo, registrare, ricordare, raccontare“. Come a dire che, nella vita come nella letteratura, sia che si parli di storia o fantasia, senza nessuno che testimoni i fatti, senza nessuno che li tramandi ai posteri, la realtà tutta perde un po’ di significato.



 

 

 

 
 
 
 

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