La guerra di Spartaco

La guerra di Spartaco
73 a. C., caserma gladiatoria proprietà di Cneo Cornelio Lentulo Vazia, Capua. Forse spinto da una profezia, forse dalla minaccia incombente della morte, forse dall'odio verso i Romani che anni prima aveva servito come soldato, forse da tutte queste cose assieme, il gladiatore trace Spartaco (Sparadakos) alla guida di un gruppo di feroci connazionali (mentre i Celti Crisso ed Enomao gli si affiancano, alla guida di un gruppo più esiguo ma non meno sanguinario di gladiatori transalpini) decide di ribellarsi e fuggire. Sono complessivamente 200 uomini pronti a tutto per riconquistare la libertà, anche a combattere armati di spiedi da rosticceria contro legionari armati e addestrati: sopravvivono in 74, e da Capua - scendendo per la via Annia - si rifugiano sulle pendici del Vesuvio, dove iniziano una opera di reclutamento di schiavi rurali che li porta ben presto a diventare un piccolo esercito. Il Senato romano sottovaluta la insurrezione e invia sul posto il pretore Caio Claudio Glabro alla guida di circa 3000 soldati: con un furbo stratategemma, Spartaco e i suoi colgono di sorpresa i legionari e ne fanno strage. Roma è costretta a inviare altre truppe, mentre la leggenda degli schiavi insorti comincia a diffondersi come una epidemia...
Il newyorchese Barry Strauss, professore di Storia alla Cornell University, è uno dei massimi esperti di storia militare in circolazione, e in questo saggio non si smentisce, regalandoci pagine indimenticabili quando descrive le tattiche di guerriglia e il moto costante degli insorti guidati da Spartaco e il progressivo affinarsi delle tecniche militari messe in atto dai romani - dopo una serie di rovesci dolorosi - per stroncare un esercito piccolo, inafferrabile, imprevedibile in un contesto sostanzialmente privo di mezzi di comunicazione veloci e affidabili. Ma soprattutto la sfida riuscita di Strauss è quella di restituirci una figura storica spoglia delle sovrastrutture romantiche aggiunte da Howard Fast nel suo romanzo del 1951 e di conseguenza da Stanley Kubrick nel film del 1960 tratto dal libro: "Volevo scrivere un libro che ci facesse riscoprire un uomo la cui immagine è ancora preservata nell'ambra di obsoleti concetti novecenteschi", ha dichiarato l'autore in una recente intervista. Come dargli torto, se consideriamo che Spartaco è da sempre una icona del movimento anarchico, socialista libertario e comunista, ma è anche stato evocato da conservatori come Ronald Reagan in quanto simbolo di libertà individuale contro sistemi statali massificanti? Tirato per la giacca da destra e sinistra, Spartaco - rassegniamoci - è stato probabilmente qualcosa di molto diverso dalla figura idealizzata che se ne è tramandata. Non è stato un pioniere dell'abolizione della schiavitù in generale, innanzitutto - prova ne è il fatto che non provò mai a sollevare una rivolta in tutta Italia né prese mai in considerazione come possibili alleati gli schiavi delle città, ma si limitò a mettere su un esercito che gli permettesse di tornare nella natia Tracia e lì presumibilmente prendere il potere per scacciare i Romani invasori. Non fu un leader laico e tollerante ante litteram, ma un nazionalista profondamente legato alla religione, tantevvero che la sua donna era una sacerdotessa di Dioniso, divinità molto amata nel sud Italia e considerata 'anti-sistema'. Fu invece un ottimo stratega e un grande guerriero - non si sopravvive per anni da legionario e da gladiatore a caso - un coraggioso capace di sfidare una potenza militare spietata (e di spaventarla a morte) prima di cadere assieme a migliaia dei suoi compagni e giacere senza sepoltura da qualche parte sulle colline a cavallo tra Campania e Basilicata.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER