La via per Isfahan

La via per Isfahan
Di natali afgani (ma c’è chi lo vuole iraniano o uzbeco), ibn Sina, il figlio di Sina, conosciuto in occidente con il nome di Avicenna, venne consideravo fin dalla giovinezza uno dei più geniali e affermati medici del periodo a cavallo tra alto e basso Medioevo. Venne riscoperto solo nel ‘200, per poi cadere nuovamente in disgrazia con l’avvento delle teorie di Paracelso. Dai nostri contemporanei è considerato un precursore di molte tra le scienze applicabili alla vita di ogni giorno: medicina, psicologia, chimica e fisica, per tacere dell’astronomia, l’astrologia e la filosofia (metafisica, logica, teologia). Un pensatore a tutto tondo, con una vita tormentata e rocambolesca: l’affermazione, appena diciassettenne, come medico di fama – Avicenna era meglio conosciuto con l’appellativo di sheikh-el-rais, maestro dei sapienti – la fuga attraverso l’Asia nel tentativo di scacciare lo spauracchio degli ottomani; le accuse di laicità; l’ammirazione tra i potenti che lo vollero a più riprese come cortigiano. Nel suo lungo peregrinare non fu mai realmente libero, costretto a lavorare alle dipendenze di altri ora come scienziato ora come primario (in Asia risiedevano i più importanti ospedali dell’epoca, i quali garantivano assistenza sanitaria gratuita ad ogni strato della popolazione). Il suo dono divenne fin dalla giovinezza la sua croce e di certo non quella più pesante, poiché nei suoi cinquantasette anni di vita perse per strada le cose a lui più care, ancora più amate delle sue carte dalle quali mai si separava (fu autore di circa sessanta opere): gli amici e le donne amate – solo uno gli sopravvisse, il discepolo prediletto grazie al quale siamo oggi in grado di ricostruire la sua biografia, el-Jozjani...
È un romanzo solido ed edificante, la seconda fatica di Sinoué. L’autore di origini egiziane è un ottimo artigiano, uno scrittore attento e pacato, incapace di scrollarsi di dosso l’etichetta di paroliere. Prima ancora di  iniziare la sua lunga carriera letteraria, Sinoué è stato musicista e compositore e nella sua prosa si avverte come primaria l’influenza dell’arrangiamento in note. Lì dove molti cercano forzatamente il clamore e il sangue – dolenti particolari del genere biografico - nei suoi romanzi è invece essenziale l’attinenza alla regolarità del quieto vivere: Avicenna cercherà per tutta la vita di assaporare un’esistenza il più comune possibile a quella condotta dai suoi simili, ma i drammi non faranno altro che perseguitarlo  continuamente; drammi che si tramutano, per il piacere di noi lettori, in colpi di scena, grandi battaglie e inseguimenti mozzafiato. Non appare banale quindi il termine desertico, che trovo calzi a pennello alla parabola del noto medico dell’antichità: certamente lontana dalla linearità e non priva di forti emozioni, impossibile da paragonare alla solidità del suo intelletto – così vasto da confinare con il jinn. Saper incastrare i passi falsi di un uomo (ed in questo caso si tratta di un uomo eccellente) e le sue disavventure in un contesto semplice e comprensibile, è prerogativa di pochi. Riuscirci è appagante, in quanto si tratta comunque di una finzione, non di una pedissequa biografia. Eppure la plausibilità è padrona di queste pagine, Ibn Sina è un'entità del tutto positiva e concreta, che in vita ha cercato di curare anche i propri, di malanni. La scrittura esotica e cadenzante (come una preghiera) di Sinoué non fa che giovare allo spirito del filosofo, che diventa così non più una semplice immagine nel buio Medioevo europeo, ma il più alto promotore di una rivoluzione laica, la medicina.

 

 

 

 
 
 
 
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