La kamikaze e altri racconti del passaggio

La kamikaze e altri racconti del passaggio

Lei non ha paura ed è determinata. C’è una voce, pacata e tranquillizzante, che la incita. Non ha paura: le hanno assassinato la sorella, sparandole in testa. Ora quindi tocca a lei vendicarla. In fondo si tratta solo di spingere un pulsante, quel pulsante collocato sulla cintura che ha stretta in vita. Si tratta di avere il coraggio e la spavalderia di passare il confine senza farsi notare troppo. Poi qualcuno la condurrà al ristorante ed è lì che spingerà il pulsante. La cameriera, gli avventori, un attimo di esitazione e poi quel pulsante… Un merlo svolazza su e giù dagli alberi del giardino. Sicuro e libero. Ma non sa che c’è un gatto che sonnecchia vigile. Ed è un attimo, poi sarà solo un fruscio di piume e di foglie… Lei lo sa, Giorgio non c’è più. Ma quel passaggio è stato tanto improvviso che ancora non sembra vero. Giorgio non c’è più, e ora lei cosa farà?... Il porcellino d’india è convinto di essere al sicuro in quella comoda gabbietta presso il laboratorio di ricerca. Ma un giorno, d’improvviso, la mano guantata che gli passa il cibo e l’acqua gli somministra qualcosa di strano. Dolori, movimenti incontrollati… Quell’albero è lì, muto testimone di un “passaggio” doloroso e ingiusto. Fu lui la causa della morte di lei, proprio lì, presso quell’albero dalle radici ora forti e profonde… Le formiche erano tutte rosse, ma il bambino ne aveva avvistate anche un gruppo nere. Allora gli viene in mente quella possibilità: con una paletta, ne prende, insieme al terriccio, una manciata di nere e le butta su quelle rosse e viceversa. Si scatena una guerra tra formiche rosse che mangiano le nere, e formiche nere che cercano di distruggere le rosse. Non pago, il ragazzino ha un’idea migliore: alcool, una pezza e un accendino. In un attimo per le formiche, tutte, è un rogo di vite bruciate. Poi il bimbo schiaccia le superstiti sotto i piedi. Ora deve andare, lo chiamano per giocare a pallone…

Questi racconti non vengono raccontati. E infatti quello che colpisce di più, in questo libello d’esordio narrativo, è l’assoluto contrasto tra i “racconti” a cui sembra rimandare il titolo e l’assenza più totale di una dimensione narrativa nel contenuto del volume. Sono piuttosto inquadrature, sequenze di inquadrature che bene rendono l’idea del movimento dalla condizione iniziale a quella finale, per un passaggio che è sempre ultimo e definitivo. Una sorta di movimento rappresentato attraverso “cellule” di logica sintattica che funzionano solo nella relazione “intercellulare” che dispone il lettore, vero e operativo lector in fabula, a posteriori. Si direbbe che sono troppo lontane nel tempo le sperimentazioni del roman du regard, e che distano molto nello spazio le allucinate inquadrature minime di Raymond Carver per individuarvici una lontana premessa a questi racconti. V’è però qualcosa che colpisce: ed è la dimensione verbale del testo. Come se la sintassi fosse radicalmente “ridotta” a sincope, a singhiozzo, incapace, si direbbe, di raccontare: una sintassi piegata a brevi, rapide e secche inquadrature, dove la frase non s’arricchisce mai nel periodo ma resta sinteticamente e quasi asetticamente usata per fotografare l’istante. Delle due, l’una: o il lettore si trova di fronte ad uno scrittore che non sa usare la sintassi bella e ricca della grande tradizione narrativa italiana (ed è ipotesi molto più che improbabile, stante il profilo dell’autore) oppure si tratta di una tale capacità di scrittura che, scavalcando ogni prevedibile “ismo” contemporaneo, si colloca a capofila di una inedita e innovativa soluzione narrativa per il terzo millennio. Nell’uno o nell’altro caso, è un libro la cui lettura non lascia indifferenti.



 

 

 
 
 
 

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