La legge del baccalà

La legge del baccalà

Miki – all’anagrafe Michelangelo – Zadet, cognome a suo dire di origine occitana, è degno amico di Davide, il figlio della Berta. E lei, vedendolo seduto da solo senza una bella ragazza accanto al bancone del bar, capisce che le è stata servita su un piatto d’argento l’occasione di sapere qualcosa di più per quel che concerne il caso Valdesi. Degno, degnissimo amico di Davide, perlomeno quando si tratta di acchiappare le pollastre, ma l’argomento avicolo stavolta non c’entra, Miki è un tipo loquace, ed essendo l’idraulico più gettonato di Loano ha accesso alle case, e pertanto alle informazioni. Dunque comincia con qualche cenno, e Miki non si lascia pregare, facendo un vago riferimento alla storia di Gabriella, di cui nessuno ha mai parlato male, né da viva né da morta, con Claudio Opisso, il batterista del gruppo del fratello di lei. La Berta ricorda bene il padre di Claudio, quel Francesco Opisso sempre in prima fila per portare uno dei Cristi alle processioni, vestendo la divisa d’ordinanza della Confraternita delle Cappe Bianche. Peccato che sia morto a soli cinquantadue anni, trafitto per errore dalla fiocina di uno spregiudicato cacciatore subacqueo. Dal momento che, con tutta la buona volontà, le sue fattezze non rammentavano minimamente quelle di un pesce, l’inchiesta che era stata aperta per indagare la dinamica del fatto aveva preso la direzione del delitto premeditato. Alla fine, però, poiché non era risultato alcun collegamento tra il responsabile e la vittima, e quindi meno che mai si ravvisava un movente, gli inquirenti avevano dovuto archiviare il caso come una semplice disgrazia; il che, ovviamente, non aveva evitato all’incauto subacqueo – giunto a Loano dalla Valsesia, una valle alpina del Vercellese – di pagare come una banca per il risarcimento dei danni agli eredi. Dopo aver collocato pertanto al posto giusto la figura di Claudio, il presunto amante della defunta Gabriella, la Berta ha ora l’opportunità di riflettere, e di sorprendersi, su come spesso, anche in un raggio ridottissimo, pochi metri, un condominio, un piccolo paese, la stessa famiglia di origine, non si conosca granché l’uno dell’altro. In effetti, per esempio, si ritrova a ragionare sul fatto che non ha mai sentito nemmeno dire che il giovane facesse il batterista. A quel punto risponde distrattamente a Miki, lo ringrazia per la chiacchierata, si alza e se ne va. E continua a pensare. Prima di tutto al fatto che Claudio la conosce. E questa è una gran fortuna. Infatti probabilmente proprio per questo motivo non le sbatterà la porta in faccia quando si presenterà per parlargli. Perché certo è intenzionata a farlo, eccome…

 

 

Loano è una ridente località del Savonese affacciata sul mare e al tempo stesso fatta di vicoli angusti e ombrosi e pietre affastellate le une sulle altre come buona parte della Liguria. Qui Nicoletta Retteghieri, genovese, autrice, cantautrice, gastronoma, enigmista, ispirandosi come sempre alla figura della mamma, scomparsa tre anni fa, ambienta nell’arco di due mesi, settembre e ottobre, la nuova avventura della sua protagonista Berta Riccardi. Una settantenne arguta, un po’ burbera, una figura materna come nella più classica delle rappresentazioni, una Jessica Fletcher senza bicicletta e macchina da scrivere, una Miss Marple – non è che si voglia citare Angela Lansbury per forza, però il parallelismo sembra opportuno – che non si interessa al birdwatching e al giardinaggio, ma che in compenso alleva amorevolmente in una gabbia superaccessoriata Roderico, detto Roddy, un gerbillo. Una a cui non sfugge niente, che sa e ricorda tutto di tutti, e se non sa sa sempre a chi chiedere l’informazione giusta nel modo giusto, caparbia, inarrestabile e irresistibile. Ha un figlio, Davide, che di cognome fa Traverso, cocco di mamma che si ricorda di lei quando gli serve e non molto più spesso, agente immobiliare di poca fortuna e vestiti in poliestere ma, poiché assai bello e smaliziato, di gran fortuna con le donne, come il suo amico idraulico (i luoghi comune, in fondo, hanno una base di verità). Davide ha anche un altro amico, Marco Castello, obeso oltre ogni limite (il suo motorino ne porta i segni), un giornalista. Insieme i tre – ma il capo indiscusso è Berta, naturalmente – si ritrovano a indagare. Il delitto questa volta riguarda Gabriella Valdesi, gestrice di un negozio di animali sull’Aurelia, sposata – ma forse diversamente fedele – con Mauro, il figlio di Nicu il muratore, trentaquattro anni, trovata cadavere – il movente è ignoto – più o meno incaprettata alla ringhiera di un balcone del municipio, Palazzo Doria. Le succitate passioni della Retterghieri si manifestano nei riferimenti che connotano la sua fresca e gustosissima scrittura (ricorda per certi aspetti il mood delle prose di Nadia Morbelli, anch’esse ambientate in un nordovest che per tanto tempo non ha avuto grande cittadinanza letteraria), ricca di espressioni dialettali, brillantemente ironica e capace di giocare con la lingua e con i nomi, parlanti come quelli di Plauto: basti solo pensare al maresciallo Marmotta, un nome quasi da fumetto (e si cita anche la Banda Bassotti), e al brigadiere Lo Prete, che per disgrazia, ma anche per fortuna, visto che li aiutano nella soluzione del caso, si ritrovano tra i piedi i tre di cui sopra, con annesso gerbillo, che, come il lettore, ha la bella opportunità di godersi, sardonico, lo spettacolo.



 

 

 

 
 
 
 

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