La legge di Fonzi

La legge di Fonzi

Monte Svevo: “[...] quattro case cresciute all’ombra degli stabilimenti industriali di Taranto e Brindisi, dove un tempo la Sacra Corona Unita regnava indisturbata”. In un’estate arroventata e polverosa che tutto soffoca e corrode, un’accozzaglia di personaggi sfiora e intreccia le proprie esistenze durante la preparazione della Giostra Medievale, sagra paesana capace di dare lustro e denaro per una volta all’anno a quello sperduto e dimenticato paesino del profondo sud. Pisso e Giordano sono due giovani ladruncoli alle prese con l’ennesimo lavoretto commissionatogli da Skùpetta, lo sfasciacarrozze della cittadina, che ancora una volta, alla resa dei conti, riserva ai ragazzi solo parolacce e calci in culo, lasciandogli rabbia, frustrazione e la sola speranza del ritorno a Monte Svevo di Nando Pentecoste - detto Manicomio - l’unico capace di poter dare finalmente una sonora lezione a quello strozzino di suo cugino Skùpetta. Ma l’imminente ritorno di Manicomio se da un lato eccita gli intenti di vendetta dei due giovani balordi, dall’altro toglie il sonno a parecchi, giù in paese. Riunita intorno alla tavolata del Sindaco Santilli – uomo assetato di potere, soldi e considerazione - c’è infatti l’intera cricca di maggiorenti del paese. Il parroco, don Gabriele, appassionato di auto d’epoca che di lindo non ha né la tonaca né tanto meno la coscienza. L’ingegnere del comune con baffetti a spazzola e mani in pasta in ogni crepa del paese, accompagnato dal suo fido portaborse Chicco, spaurito e brufoloso ragazzino, ignaro – ancora per poco - della tresca tra sua madre e il dirigente comunale. Al sindaco l’arrivo del commissario – accorsa a casa di Santilli per preannunciargli l’avvistamento a Monte Svevo di Giovanni Pentecoste, detto Fonzi, fratello di Nando Manicomio - manda il pranzo di traverso. Cos’ha da spartire il primo cittadino con quei due avanzi di galera? Quali conti devono regolare i due fratelli Pentecoste? E sopratutto quali altarini stanno per saltar fuori in quel paesino incastonato come un presepe, nel più profondo e torrido ventre molle d’Italia?...

 

Terzo – e forse conclusivo, chi lo sa - atto per lo scrittore manduriano Omar Di Monopoli. Dopo Uomini e cani e Ferro e fuoco, con La legge di Fonzi si chiude idealmente la trilogia “orecchiette western”: il bilancio è più che lusinghiero. I romanzi sono infatti vere e proprie perle di originalità stilistica e narrativa. In un mondo dell’editoria dove anche i grandi nomi paiono appiattiti sempre più verso una scrittura poco incline all’ispirazione e molto alla commercializzazione, fa piacere leggere giovani talenti – e particolarmente piacere al sottoscritto che questa Nouvelle Vague molto attinga proprio dal tacco d’Italia – del calibro di De Cataldo, Lagioia, Argentina, Desiati, Carofiglio, D’Attis, D’Amicis. Tutti capaci a modo loro di creare uno stile originale per comunicare e raccontare il Mezzogiorno e non solo. Il sud di Di Monopoli non si piange addosso, non si lagna, non s’inzuppa nel folklore da macchietta. È un sud arrabbiato, sabbioso e torrido come solo i western di Leone sanno essere, arruffone e cinico come il sud raccontato da certo cinema di Rubini, corrotto e marcescente come la Gomorra di Saviano. Stile impeccabile – spesso utilizzando un dialetto curato e mai incomprensibile -, trama avvincente e scorrevole, personaggi tutti caratterizzati al meglio in una costruzione corale ampia e serrata. Tutta l’architettura organizzata da Di Monopoli regge a meraviglia, ricordando per costruzione corale e struttura narrativa lo Steinbeck de La corriera stravagante. Un libro che alla fine ti marchia, lasciandoti addosso gola arsa da sale, scirocco e polvere afosa.

0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER