La leggenda della corda e del bambino che scompare

La leggenda della corda e del bambino che scompare
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La creazione e la diffusione di quella che è stata definita la più grande leggenda proveniente dall’India: il trucco della corda e del bambino che scompare. Di che si tratta? Un mago getta in aria l'estremità di una corda e la corda si innalza verso il cielo fino ad assumere una posizione completamente verticale. Poi un bambino si arrampica sulla corda, fino in cima. A quel punto, nella piena luce del giorno e circondato dal pubblico, il bambino scompare. Questo straordinario trucco illusionistico ha sempre suscitato le congetture più varie, nessuno però è stato mai in grado di scoprirne il segreto...
Quando John Elbert Wilkie morì nel 1934, passò alla storia ‘soltanto’ come il controverso direttore del Servizio Segreto statunitense per 14 anni, durante i quali esibì un notevole talento per le trame occulte, la manipolazione dei media e la disinvoltura nelle procedure legali. Nemmeno una riga su un altro grande risultato ottenuto durante la sua vita: l’invenzione del leggendario trucco della corda indiana e del bambino che scompare. Intendiamoci, non che Wilkie si fosse dilettato di illusionismo o fosse stato un fachiro in incognito: semplicemente nel 1890, quando era un giovane cronista di belle speranze del Chicago Tribune, aveva fabbricato, riciclando e abbellendo vecchie testimonianze di dubbia attendibilità (o meglio di indubbia inattendibilità), la leggenda di un trucco illusionistico effettuato da prestigiatori indiani talmente affascinante ed incredibile da monopolizzare l’attenzione degli addetti ai lavori e del pubblico occidentale per quasi un secolo. Le ragioni del successo incredibilmente duraturo di quella che oggi definiremmo una ‘leggenda metropolitana’ vanno ricercate nei riflessi culturali della politica colonialista dell’Impero britannico: per legittimare il proprio dominio sulle colonie, i cittadini inglesi si erano gradualmente convinti (o meglio erano stati gradualmente convinti) che gli abitanti di Africa ed Asia fossero selvaggi, bruti superstiziosi che avevano un disperato bisogno della guida degli occidentali. Figuriamoci quindi se qualche trucco da baraccone di un fachiro avrebbe potuto trarre in inganno un civilizzato suddito di Sua Maestà! Ergo, qualsiasi trucco illusionistico tanto suggestivo da sfuggire alla comprensione di un occidentale, avrebbe potuto avere un’unica spiegazione: la magia. Questa convinzione andava a riempire un vuoto tipico della società industrializzata appena nata, con la sua sete per occultismo, spiritismo e soprannaturale, e le leggende arrivavano da un’India immaginata più che dalla vera India. Lamont ripercorre la storia del bluff della corda indiana, tutto interno alla visione occidentale dell’India anch’esso, con il piglio dell’inchiesta giornalistica, il gusto per le spigolature e una competenza specifica preziosa. Non manca la boutade: l’autore corrobora le sue tesi citando ripetutamente uno studio seriosissimo sull’argomento del ricercatore della Oxford University George Matlock: peccato che questo studioso non sia mai esistito e sia frutto della fantasia di Lamont, che con questo ironico stratagemma vuole dimostrare la pericolosità e l’efficacia della diffusione di notizie false e tendenziose. Impresa nella quale riesce perfettamente, con uno stile denso di humour e dal ritmo incalzante che ci accompagna dalla prima all’ultima pagina di uno dei migliori saggi del 2004. “Togliere fascino ad una leggenda svelandone il vero volto? Non credo di rendermi colpevole di questo col mio libro”, ha recentemente dichiarato Peter Lamont. “Il mio libro è sulla consapevolezza che la potenza dell’immaginazione umana è ciò che tiene vive le leggende, anche se sono impossibili. Credo che questo sia meraviglioso. Non è portare via la magia. E’ riconoscere dove sta la vera magia”.

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