La leonessa bianca

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Johannesburg, Sudafrica, aprile 1918. Tre giovani si incontrano nel loro caffè preferito, un modesto bar del quartiere di Kensington. Sono tre giovani diversi tra loro, ma hanno una caratteristica in comune: sono boeri, discendenti di ricche famiglie ugonotte olandesi sbarcate in Sudafrica nel 1680. E si sentono assediati, stretti tra l’incudine del dominio britannico e il martello della cultura indigena. Dopo qualche convenevole uno dei tre, Henning Klopper, racconta ai compagni un drammatico episodio della guerra tra inglesi e africani del 1878 che ha letto da qualche parte e lo ha colpito nel profondo e ne trae una morale: la sottomissione è peggiore della morte. Secondo lui i boeri devono ribellarsi: “L’Africa potrebbe essere un paradiso. Se non ci fossero gli Inglesi. E se i neri non fossero tanti di più di quelli che ci servono”. Il primo passo per Klopper è fondare un’associazione per soli boeri, per persone che debbono diventare sempre più influenti, fare lobby, infiltrarsi nei gangli del potere sudafricano e col tempo cambiare le cose. Nasce così “Broederbond”, “La Confraternita”… Skurup, Svezia, aprile 1992. L’agente immobiliare Louise Akerblom – una bella donna di mezza età, sempre sorridente, tutta casa e chiesa – esce da una banca alla fine di un appuntamento di lavoro e guarda l’orologio. Sono ormai le tre del pomeriggio, è venerdì e Louise vorrebbe soltanto tornarsene a casa sua a Ystad e passare una serata tranquilla con il marito e i figli. Ma purtroppo per lei ha promesso ad un’anziana vedova di passare a vedere per una prima valutazione una casa di campagna che la donna vuole mettere in vendita. Louise compra del pane e dei cornetti ripieni, sale in automobile decisa ad andarsene a casa e trovare una scusa con la vedova, poi ci ripensa e si dirige verso Krageholm. Sbaglia direzione, fa inversione a U, percorre una strada fra gli alberi attraverso i quali si intravede il mare, cerca la strada sterrata che la vedova le ha descritto, ne imbocca una ma dopo circa tre chilometri si accorge di aver di nuovo sbagliato. Ferma l’auto, c’è una fattoria e decide di chiedere informazioni. Un fienile, un pozzo, una casa dipinta di bianco tipica della Scania. Louise bussa ma non risponde nessuno. Bussa ancora, niente. C’è solo silenzio, eppure ci sono una Mercedes e una BMW di lusso parcheggiate. Louise si volta, un uomo è a qualche metro di distanza da lei. Sta zitto. Le punta una pistola contro. Louise farfuglia qualcosa, vuole spiegare la situazione. L’uomo non batte ciglio e le spara in fronte…

Come la vita del suo autore Henning Mankell, la trama di questo romanzo si svolge a metà tra Africa e Svezia, con un’alternanza di registri narrativi ambiziosa e non facile da governare. Il terzo episodio della saga di Kurt Wallander, datato 1993, ricalca il format del secondo, I cani di Riga: associare a una indagine poliziesca “classica” (una persona scomparsa, le indagini nel suo passato, il ritrovamento del cadavere, le ipotesi investigative e via discorrendo) un evento politico epocale, un respiro internazionale. Cronaca storica e fiction noir, centro pulsante del mondo e sonnacchiosa provincia svedese. Se nel romanzo precedente si usava come sfondo la rivolta anti-sovietica dei Paesi baltici, tutto sommato vicini geograficamente alla Scandinavia, qui il link è ancora più ardito e si parla di Sudafrica. Nel 1992 Nelson Mandela, uscito di prigione dopo decenni, è il simbolo vivente della lotta all’apartheid e si prepara allo scontro finale con i razzisti boeri, le elezioni presidenziali che potrebbero cambiare la storia del Sudafrica e del continente africano in genere. Non è solo una questione politica interna, come si può facilmente intuire, e i servizi segreti di molte potenze mondiali sono al lavoro. In queste torbide trame internazionali incappa per caso una innocua professionista svedese, una madre di famiglia tenera e bigotta. I poliziotti svedesi di Mankell – come spesso accade nel noir scandinavo – sono tutt’altro che eroici: non nel senso che hanno vite maledette o oscure ambiguità, ma nel senso che sono imbranati, conducono indagini meno che scolastiche, vivono ogni omicidio come un trauma, uno scandalo. Piccola nota di continuity: Kurt Wallander è qui alle prese non solo con spietati sicari ariani ma anche con l’ennesima trovata del burbero padre: sposarsi la badante. Non è scontato quale sia il caso più difficile da risolvere, tra i due.



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