La linea verticale

La linea verticale

Luigi ha quarant’anni. È un uomo come tanti. Sano, serio, tranquillo, normale, sereno. Ha una moglie incinta, che ama e da cui è riamato. Un giorno fa dei controlli e scopre all’improvviso di avere un tumore al rene. La situazione è grave, bisogna intervenire con la massima urgenza, e quindi dalla sera alla mattina lui si ritrova ad avere la vita completamente rivoluzionata: finisce in ospedale, in reparto, in corsia. Non è più sano. Non è più tranquillo. Non è più normale. Non è più sereno. Fa parte degli altri. È un malato. È un ricoverato. Giace in un letto, ha dei compagni di stanza, viene accudito (più o meno) da infermiere e caposala, ha il mito del professor Zamagna, il genio della chirurgia urologica, che campa per operare e che letteralmente gli appare come se fosse il salvatore sceso in terra a miracol mostrare. Perché ormai non c’è più nessuna certezza: a seconda di chi sia a parlare gli stessi valori possono essere interpretati in modo diametralmente opposto, e scopre l’umanità che si cela dietro i più vari atteggiamenti. Perché ognuno di fronte al dolore e alla paura è nudo, sincero, solo…

Ha ispirato una fiction televisiva che ha fatto splendida mostra di sé perché ironica, intelligente, seria, credibile, non buonista né retorica, ben confezionata (anche se certo sconsigliata agli ipocondriaci), sugli schermi di RAI3 e che ha visto come suo indiscusso protagonista lo straordinario Valerio Mastandrea. Un attore collezionista, ormai, di David di Donatello e non solo, mattatore del cinema nostrano, interprete di estrema qualità che in questa specifica occasione ha diviso la scena con altri professionisti di pregio come Greta Scarano, Antonio Catania e Giorgio Tirabassi, solo per fare qualche nome. Soprattutto è ispirato a vicende che sono occorse allo stesso autore, regista e scrittore, Mattia Torre: La linea verticale, scritto ben caratterizzato in ogni dettaglio, raffinato, fluido, semplice, chiaro, intenso, trascinante, profondamente spirituale, allegorico e simbolico, sin dal titolo è un grande, emozionante e intimo apologo sulla solidarietà, la fiducia, la fede, la speranza, l’umanità, che rimette le priorità della vita nel giusto ordine e nel quale tutti i lettori possono immedesimarsi e riconoscersi. Portati a riflettere sul fatto che dietro ogni atteggiamento che incontrano nel prossimo spesso vi è un’importante e dolorosa ragione.



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