La lingua che visse due volte

La lingua che visse due volte

L’ebraico è considerata la lingua santa, mitizzata nei secoli in quanto lingua che Dio ha utilizzato nella creazione del mondo: Yehi or! - “Sia luce” - sarebbe infatti, secondo la Genesi, il primo e più famoso comando vocale seguito alla creazione dei cieli e della terra; di conseguenza questa è la lingua che ogni buon ebreo deve conoscere per poter accedere allo studio dei testi sacri, tenendo a mente che il valore dello studio è l’asse portante dell’ebraismo. Al tempo stesso l’ebraico è anche l’ivrit, ossia la lingua moderna parlata in Israele, che ha subito nei secoli profonde trasformazioni e non poche peripezie. Attraverso le traduzioni bibliche, la lingua ebraica ha influenzato molte lingue europee, compresa la nostra, con termini come amen, osannare, alleluia; ad esempio, in certi contesti siamo soliti usare cieli e acque al plurale, dall'ebraico “Shamayim” (cielo) e “Mayim” (acqua), dove yim è la terminazione del duale. La lingua ebraica, nonostante la sua santità, è sempre ben disposta ad accogliere termini nuovi provenienti da idiomi circostanti: un po’ di sana dissacrazione non può che fare bene ad una lingua che si porta dietro da secoli un pesante retaggio religioso, e che per molto tempo è stata ad esclusivo appannaggio di rabbini e intellettuali, mentre le masse popolari e le donne (escluse dallo studio dei testi sacri) prediligevano lo yiddish. Usato nei contesti profani, lo yiddish – lingua germanica con molti prestiti dalla lingua ebraica e slava, parlato in prevalenza dagli ebrei dell’Europa orientale – è da sempre considerato l’antagonista della lingua sacra, ed è stato a lungo osteggiato da molti ideologi, considerato come una sorta di slang, un gergo impuro. La lotta per la rinascita dell’ivrit come lingua ufficiale del popolo di Israele è stata lunga ed estenuante: una sferzata, in tal senso, si deve a Eliezer Ben Yehuda, capo della Haskalan, una corrente dell’illuminismo ebraico che nella seconda metà del 1800 soccorre una lingua agonizzante, strappandola ai testi sacri e operandone una semplificazione per poterla rendere finalmente accessibile a tutti...

Anna Linda Callow è nata a Milano nel ’66; ha insegnato per quindici anni Lingua e letteratura ebraica presso l’Università degli Studi di Milano e ha tradotto numerosi libri dall’ebraico, dallo yiddish e dall’aramaico; aveva solo sette anni quando è avvenuto il suo primo contatto con l’ebraico (una lingua che non le appartiene per radici familiari), grazie al suo “innamoramento” per Haim, un quarantenne israeliano amico di famiglia, che ai suoi occhi di bambina doveva sembrare parecchio esotico e stravagante: Haim possedeva due passaporti, non credeva che Gesù fosse figlio di Dio e al ristorante faceva i conti nella sua lingua madre. Non potendo, per ovvi motivi, coronare il suo amore, la Callow si dedica alla scoperta del mondo di Haim: il suo interesse per l’ebraico viaggia a intermittenza fino al 1989, quando Anna Linda, giovane madre assonnata e studentessa alla Statale di Milano, decide di frequentare il corso di lingua ebraica previsto per quell’anno. Doveva essere un commiato dalle sue fantasie giovanili, e invece diventa la consacrazione di un amore che dura ancora oggi, dopo trent’anni. Il suo libro è un viaggio affascinante e appassionato attraverso una lingua e una cultura complesse tra le più antiche del mondo. L’argomento, per sua natura intrinseca, non è di facile comprensione, soprattutto la parte strettamente grammaticale; scopriamo infatti che la lingua è supportata da un alfabeto simbolico alquanto misterioso, composto da consonanti, le lettere – definite “corpi senz’anima” - e da vocali - le cosiddette “anime delle lettere” – rappresentate da linee e punti poste sotto o accanto alle consonanti per fugare le ambiguità (questo accade solo in parte, definendo l’ebraico una lingua altamente interpretabile). Ma la Callow quando può lascia indietro i tecnicismi, assume un tono colloquiale e simpatico, e ricorre spesso a chiari esempi tratti dai testi sacri, che permettono una maggiore comprensione. Sicuramente più scorrevole la parte dedicata alla Torah, la kabbalah, e la letteratura talmudica, i testi che un buon ebreo è chiamato a studiare, sviscerare, interpretare continuamente alla luce dei nuovi eventi (si dice che ognuno dei 600.000 israeliani possieda una propria interpretazione della Torah), e che tra precetti, norme alimentari e comportamentali, misticismo ed etica rappresentano, secondo l’autrice, l’espressione di un’intera collettività, il contributo narrativo più originale che il popolo ebraico abbia tramandato al mondo.



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