La lingua geniale

La lingua geniale

“Il tempo, la nostra prigione. […] Il greco antico al tempo badava poco, o punto. I Greci si esprimevano in un modo che considerava l’effetto delle azioni sui parlanti. Loro, liberi, si chiedevano sempre come. Noi, prigionieri, ci chiediamo sempre quando”. È il primo argomento che ci ha spiazzati tanto tempo fa, quando, un po’ spauriti ma entusiasti per la nuova avventura che stavamo cominciando, hanno provato a spiegarci che il tempo verbale non è così importante nel greco antico, almeno non tanto quanto l’aspetto verbale, ovvero la qualità dell’azione che la definisce compiuta o incompiuta. La verità è che presto non ci avremmo più pensato, preoccupati piuttosto di tradurre nella maniera più corretta e, ahimè, nel tempo verbale – secondo la consueta concezione cronologica – più opportuno. Ai Greci invece non interessava raccontare il quando, ma il come, il modo nel quale l’azione avviene e quale è il suo risultato rispetto a chi parla. L’esempio più semplice possibile lo esprime un modo verbale, chiamato perfetto, per necessità tradotto in italiano col nostro passato prossimo e che invece esprime soprattutto l’effetto resultativo dell’azione espressa dal verbo. Ebbene, il perfetto del verbo “vedere”, che alla lettera significherebbe “ho visto” in realtà si traduce con “so”: poiché ho visto adesso io so. L’effetto dell’azione, appunto. Ma per noi è davvero difficile pensare in questo modo, noi che “non sappiamo dire senza tempo”… Il greco antico possedeva, oltre al singolare e al plurale, anche il duale, per esprimere tutto ciò che era in coppia. “Il numero duale non esprimeva una mera somma matematica, uno più uno uguale due. […] Esprimeva invece un’unità duplice, uno più uno uguale uno formato da due cose o persone legate tra loro da un’intima connessione. Il duale è il numero del patto, dell’accordo, dell’intesa. È il numero della coppia, per natura, o del farsi coppia, per scelta”. Sono due gli occhi, due gli amici, due gli amanti, o qualunque entità doppia non imposta grammaticalmente ma dalla sensibilità di chi sta scrivendo…

“Non è un manuale, né un saggio. È un testo molto personale. Ho cercato di mettere insieme le cose che penso di sapere, perché c’è differenza tra conoscere e sapere. E di esprimere l’amore che provo per questa lingua”. In una intervista a “Elle” così Andrea Mastrolongo, diploma di maturità classica, laurea in Lettere Classiche all’Università degli Studi di Milano, prova a raccontare questo suo strano libro, di difficile definizione in effetti ma che decisamente è prima di ogni cosa una dichiarazione d’amore, una resa assoluta davanti alla perfezione di una lingua che, per quasi tutti coloro che hanno avuto la fortuna di studiarla, si è trasformata, dopo le ansie della scuola, nel ricordo di una delle esperienza più preziose e arricchenti della propria vita. Dice ancora l’autrice che scrivere di questa che ritiene essere la più lunga delle sue storie d’amore è stato un modo per saldare un debito col greco, per non aver seguito una carriera accademica dopo la laurea. La Marcolongo, infatti, oltre ad aver viaggiato moltissimo (è praticamente apolide oltre che poliglotta), ha seguito un corso di storytelling applicato al discorso politico presso la Scuola Holden che l’ha portata a lavorare per qualche tempo come ghost writer per Matteo Renzi. Dall’esperienza delle lezioni private le era rimasta una nota (trasformatasi poi in un intero capitolo del libro) tenuta a lungo in un cassetto e destinata inizialmente ad un ragazzino che si era chiesto disperato perché avrebbe dovuto continuare a mandare a memoria paradigmi e coniugazioni. L’unico modo possibile per spiegare come, dietro un dovere apparentemente inspiegabile e noioso, possa celarsi un mondo intero di scoperte e conquiste è cambiare approccio. Quello, appunto, anticonvenzionale scelto per La lingua geniale, capace di rendere accessibile e intrigante la lettura anche a chi il greco non lo ha mai studiato, capace, ancora, di spiegare perché ancora oggi abbia un senso lo studio di una lingua della quale, di fatto, come dice la Marcolongo, non potremo mai nemmeno sapere quale è la vera pronuncia. Poco più di 150 pagine per sette capitoli per spiegare in nove ragioni (forse perché il nove è un numero sacro in numerologia? È il numero della iniziazione, della verità, della completezza e della realizzazione. Non sembra poi un caso) la meravigliosa completezza di una lingua libera che esprime un pensiero profondamente libero, e che rendeva identità ad un popolo variegato per ragioni politiche, sociali, costituzionali, geografiche, dialettali e tanto altro ancora. Eppure non c’era un greco che non ne capisse un altro quando parlava, sottolinea più volte l’autrice. A tutto questo si aggiunga la bellezza di alcune caratteristiche grammaticali uniche (ma può essere bella una grammatica?! Quella greca sì!). Si pensi all’idea quasi lirica alla base del duale, alla funzionale semplicità dei casi della declinazione nominale, alla supremazia del come sul quando per piegare il tempo all’uomo e mai viceversa, ai tre generi (e non due) spiegati da Platone nel Simposio, all’ottativo, ovvero “un modo chiamato desiderio”… Quale altra grammatica sa parlare con le parole della poesia? Solo quella di quella lingua della quale Marguerite Yourcenar ha potuto dire: “ Ho amato quella lingua per la sua flessibilità di corpo allenato, la ricchezza del vocabolario nel quale a ogni parola si afferma il contatto diretto e vario delle realtà, l'ho amata perché quasi tutto quel che gli uomini han detto di meglio è stato detto in greco”. Appena uscito La lingua geniale ha venduto 15mila copie in un mese, ad oggi viaggia sotto le 30mila copie e – nonostante il grande successo presso un pubblico trasversale per età e formazione - ha ottenuto l’apprezzamento anche negli ambienti accademici. All’estero, tra le varie traduzioni, vanterà anche quella della nota editrice francese Le belle lettres che pubblica anche una prestigiosa collana di classici latini e greci. Per dovere di cronaca è giusto aggiungere che sia nel libro che nelle varie interviste l’autrice non brilla né per modestia, né per simpatia e che spesso indugia sulla solita trita storia della scuola fallimentare, argomento ormai scontato e noioso. Resta il merito di aver saputo parlare con una certa semplicità e con la sincera ammirazione di una innamorata di quella che non è soltanto una materia scolastica e può diventare, per ognuno a suo modo, uno scrigno di tesori da scoprire e approcciare senza spocchia supponente ma con continuo stupore e amore.



 

 

 

 
 
 
 

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