La locanda dell’ultima solitudine

La locanda dell’ultima solitudine

Ecco, Libero ha preso coraggio e ce l'ha fatta: ha prenotato per il 20 luglio 2017. Dall'altro capo del filo, alla “Locanda dell’ultima solitudine”, l’uomo coi baffi non sa se essere divertito o irritato: siamo appena nel 2007, e questo squilibrato è davvero convinto che tra dieci anni saranno ancora tutti li ad aspettarlo? Scrive con foga il nome del ragazzo in stampatello, su un foglietto di carta. Poi lancia la sfida: “Vuole sapere una cosa? Alla fine secondo me lei non verrà. Anzi: ci scommetto un bicchiere di vino (...)”. Evidentemente l’uomo coi baffi non conosce la proverbiale pazienza di Libero, inguaribile ottimista che guarda al futuro con speranza e determinazione. Ci sarà eccome quel giorno. Arriverà alla Locanda con lei, o tutt’al più la troverà li, chi lo sa. Il fatto è che a Libero piacciono da morire le attese: è convinto che per chi sa aspettare il destino ha in serbo cose meravigliose. Come un grande amore, per esempio. A Viola invece non piace aspettare; al contrario di Libero ‒ che vive nella Città Grande in una casa vuota tutta dipinta di blu ‒ lei abita in un paesino stretto stretto che si chiama Bisogno; di lavoro “accorda” i fiori, come fossero sogni bisognosi di cure da non abbandonare mai, se si vuole vederli realizzati. Scrive continuamente lettere a suo padre, scomparso chissà per quale motivo, poi le spedisce bruciandole nel camino. Viola vuole andare via, partire, ampliare i suoi orizzonti. Ci ha provato qualche volta, ma ha sempre finito per tornare indietro. Libero e Viola sono destinati ad incontrarsi? Anche lei approderà alla Locanda, sulla punta di quello scoglio in cui l’azzurro del cielo e del mare si fondono diventando una cosa sola? Probabile, ma nel mezzo ci sono ben dieci anni per vivere, sorridere, piangere, scegliere, sbagliare...

“Io gli voglio molto bene e se vi capita di incontrarlo, questo libro, sappiate che è frutto di un limone”. Parola di Alessandro Barbaglia, che racconta così, ai giornalisti de “La Stampa”, il processo di creazione del suo libro d’esordio. Novarese, trentacinque anni, di professione libraio, Barbaglia, sul punto di partire in montagna in solitaria per costruire sulla carta la sua fiabesca Locanda (che immagina abbarbicata a Punta Chiappa, in quel di Camogli), si vede recapitare a casa una pianta di limone. E un biglietto: “Chi non sa badare alle piante non sa raccontare storie”. Un ammonimento? Una maledizione? Chissà, ma tra vedere e non vedere, l’autore dice di aver cambiato meta: non più la montagna ma il lago, perché ha dovuto togliere i maglioni pesanti dallo zaino ‒ e sostituirli con magliette leggere ‒ per fare posto alla sua pianta. Non voleva abbandonarla, così come non voleva abbandonare l’idea di scrivere il suo libro, una storia che gli girava in testa già da un po’ di tempo. Siamo di fronte ad una fiaba che un po’ ci spiazza, dove con incanto e leggerezza e un pizzico di ironia ‒ accompagnata da continui giochi di parole che sembrano essere la cifra stilistica dell’autore ‒ ci viene mostrato tutto il peso del vivere. Il futuro è una meta ambita, sognata, tutta da costruire, ma a fare da contrappeso c’è la difficoltà del distacco, che sia dalle proprie radici o da una routine appesantita da scelte che non sempre si rivelano essere quelle giuste. Tanti i personaggi: strambi, teneri, surreali. Abbiamo già conosciuto Libero e Viola, ma che dire di Margherita, madre di quest’ultima, il cui progetto futuro consiste nella creazione di una stanza dove le persone possano finalmente ritornare ad urlare? O di Don Piter, giovane prete che coltiva nell’orto tutte le piante menzionate nella Bibbia, trasferito di paese in paese perché non sa stare con le mani a posto (chiedete pure a Viola)? E poi Enrico, colui che ha costruito quella Locanda in cui ci si può andare solo se si è in due (o da soli, se il soggetto in questione ha imparato ad amare la propria compagnia), e che da mangiare serve agli ospiti perle di patata cruda che hanno il gusto di tutto ciò che sei in grado di immaginare. Un tavolo, due sedie, tanto legno. Quel legno di leccio che in origine doveva essere impiegato ‒ ma poi così non fu ‒ dai partigiani per costruire una nave che li portasse in America (c’è una leggenda in casa Barbaglia, che narra proprio di un nonno partigiano che comprò un terreno lontano per nascondersi dai tedeschi). Ecco cos’è la Locanda: una nave mancata. E un luogo dove il destino, per contro, sembra non mancare mai ad un appuntamento, pronto ad arrivare a compimento. Basta esserci.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER