La luce dei giorni

La luce dei giorni
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Il terzo millennio è iniziato da quasi dieci anni e Russell e Corrine sono ancora lì, a New York, alle prese con carriere, problemi finanziari, due gemelli nati quasi per miracolo all’inizio degli anni Duemila. Nel bilancio della loro vita la colonna delle perdite riporta voci cospicue: per Corrine si tratta innanzitutto di Jeff, il suo amante e migliore amico di suo marito, l’autore stellare morto nel 1988 al culmine della grande epidemia che il mondo della cultura sta gradualmente ricominciando a venerare; il Loft a TriBeCa che adora ma che non possono permettersi di comprare data l’ennesima crisi che minaccia la casa editrice di Russell. Nella colonna dei passivi vi sono anche cose assolutamente immateriali come la placida serenità e l’infedeltà senza scossoni al suo matrimonio, i sogni condivisi, il senso di libertà che la pervadeva a ventidue anni, che ha cominciato a scemare a trentadue per inabissarsi gradualmente ma inesorabilmente ai giorni nostri. Scrivere la sceneggiatura per un film sulla vita di jeff Pierce e invaghirsi di Luke, l’attore che lo interpreterà sembra assolutamente inevitabile e pericoloso per la stabilità del suo matrimonio. Russell Calloway sapeva sin dai suoi giorni di adolescente in Michigan che New York era l’unico posto in cui valesse la pena vivere se si amava la letteratura fino a volerne fare una fonte di sostentamento, e da molti anni ha realizzato il suo sogno, vive con la donna che ama sin dal 1979, la supporta, la tradisce occasionalmente con discrezione, ne condivide i sogni e lei a sua volta lo ha fiancheggiato in tutte le sue avventure. Insieme hanno esordito sulla scena cittadina negli anni Ottanta, circondati da una schiera di amici di talento e strusciando i gomiti con i loro idoli musicali, letterari, professionali. La crisi, però lo coglie vulnerabile come non mai. “Com’era possibile che dopo aver lavorato così duramente, ed essere riuscito per molti aspetti a imporsi e persino a eccellere nel campo che si era scelto, non potesse permettersi”. È tristemente semplice: ha scelto la coerenza coi suoi sogni del college a scapito della venalità che ha attraversato New York come un fiume in piena in cui tutti si sono voluttuosamente bagnati, mentre lui lottava per tenere a galla la Letteratura, e al contempo pagare il suo magro stipendio e tenere a galla la sua casa editrice e i suoi dipendenti senza scendere a troppi compromessi. Come tutti i newyorchesi post 11 settembre è un reduce, uno per cui la linea di demarcazione temporale si fa netta a partire da quella mattina, ma, è altresì una persona che si è sempre rifiutata di piegare la propria politica editoriale agli stereotipi, alle verità apparenti e il miraggio di un libro che promette di re tutti i sordidi retroscena della guerra santa contro l’Afghanistan rischia ora di diventare la sua rovina…

Ritrovare Russell e Corrine in La luce dei giorni è una sensazione dolceamara. Lo stesso Jay McInerney sembra approcciarli con la curiosità di un entomologo che ha chiuso due coloratissime farfalle in un ambiente ad atmosfera controllata dimenticandosene per un quarto di secolo e torna con curiosità a vedere cosa sono diventate. La sorpresa è che i loro colori hanno perso una certa dose di magica iridescenza, ma si ostinano a vivere nel loro piccolo mondo come se niente al di fuori di esso avesse un senso. Il loft, la casa editrice, le case d’asta, i ristoranti, i quartieri in cui si muovono possono cambiare ma in realtà il loro approccio rimane lo stesso che trenta anni prima. Jeff e Luke si confondono, Phillip è il nuovo Viktor che illude tutti con la promessa di un capolavoro fasullo, i gemelli sono il pet project che la coppia ha curato fino alla soglia dell’adolescenza ma sembrano in qualche modo un’idea astratta nella mente dell’autore a cui non riesce a dare piena e credibile fisicità. Nonostante il talento di McInerney resti inalterato e il suo stile abbia attraversato indenne le tempeste culturali e mediatiche che hanno travolto molti promettenti autori della sua generazione, la sensazione leggendo il libro è che lo abbia scritto come per soddisfare una qualche sorta di obbligo che sentiva di avere nei confronti delle sue due creature. In definitiva, non puoi avere due personaggi surgelati nella New York pre 11 settembre e non scongelarli per vedere come si muoveranno nello scenario post apocalittico. Per quanto dal punto di vista dell’autore questo libro fosse inevitabile, e per quanto il lettore cresciuto insieme a Russell e Corrine meritasse di sapere come si fossero evoluti, l’amare impressione, chiudendo il libro, è che, forse, avremmo preferito non saperlo.



 

 

 

 
 
 
 

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