La madre del torero

La madre del torero
15 giugno (mattina presto). Luca, professione scrittore, è in via Montenapoleone a Milano. Cammina a testa bassa. Pensa che dovrebbe mettere la testa a posto. Forse la scrittura, in fondo, è una perdita di tempo. Forse. Il Giampi, il Claudio, il Matteo hanno fatto carriera dice mamma, si sono sistemati. Il Marco, suo fratello maggiore, anch’egli ha una famiglia modello, una posizione di responsabilità, moglie e figli “perfettini", con psicologo di corte nei momenti difficili dell’educazione primaria. L’articolo determinativo davanti al nome proprio, più che una sgrammaticatura tipica delle regioni settentrionali, è uno status quo. Mentre cammina incrocia una signora. Una di quelle che puoi trovare a Milano centro, boutique e borsetta griffata. Improvvisamente un’ombra, uno zingaro afferra la borsetta e si lancia a perdifiato verso i Giardini di Porta Venezia. Luca lo insegue, prima di gran carriera, poi con andatura incerta, infine con l’incedere dell’alteta sconfitto e la milza in fiamme. Riesce però ad acciuffare lo zingaro che gli porge la borsetta per celebrare così la sconfitta. «Dividiamo?» dice Luca. Stupito lo zingaro più che rispondere grugnisce. TomTom si chiama, «...perché zingari ritrovare sempre strada». E la strada di TomTom condurrà a casa di Luca, in stabile signorile con cucina abitabile. Così inizieranno i fatidici venti giorni del diario di Luca indirizzato alla madre. «Cara mamma, non so bene da dove cominciare», perché in effetti i venti giorni risultano popolati da piccoli furti in compagnia di TomTom. Poi il grande furto a casa del fratello - che darà il colpo di grazia all’apperentemente solido sistema familiare. Infine, ma non troppo, l’incontro di Carmela, professione poliziotta, e le nottate al night con i proventi della refurtiva...
Il romanzo di Alessandro Verri è un’avventura che corre su diversi piani. Da una parte c’è la freccia temporale tra il 15 giugno e il 4 luglio. L’incontro con TomTom, piazzare la refurtiva dal ricettatore, preparazione ed esecuzione del piano criminale ai danni del fratello, l’incontro con Carmela, ecc. Insomma un resoconto dettagliato per “madre apprensiva". Poi c’è l’ambito introspettivo, in cui Luca fa i conti con la propria condizione di single, mollato qualche tempo prima dalla Ceci. Il controverso rapporto con la scrittura e a tratti l’insoddisfazione tipica della generazione dei trenta. Infine c’è l’ambito più incredibile che rende il romanzo estremamente divertente: la versione dei fatti agli occhi di Luca. Più che intermezzi sono gag letterarie in cui un semplice incontro viene esagerato per minuzia di particolari, un certo comportamento o un dettaglio del volto diventa una commedia ipertrofica. La descrizione del 25 giugno meriterebbe addirittura una trattazione a parte, quando Luca descrive una delle sue «desolanti carriere erotiche» con una certa Maria Grazia, bresciana cicciona che devierà il suo viaggio postliceale dai lidi della Grecia a Montegrotto Terme per un campeggio cattolico. Lì scoprirà la pratica dello smorzacandela «di cui anche all’epoca possedeva solide basi teoriche» e il cosiddetto face sitting, posizione molto apprezzata dagli ottanta chili chiamati Maria Grazia, con conseguenze disgustose sulle quali è meglio sorvolare. La madre del torero è un libro godibilissimo, ancor più apprezzabile se si intuiscono i riferimenti letterari menzionati in corso d’opera. Nessuna stonatura e tempi tecnici davvero azzeccati. Come primo lavoro, fa ben sperare.

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER