La madre della madre di sua madre e le sue figlie

La madre della madre di sua madre e le sue figlie

È venuta al mondo il giorno in cui sbarcarono i portoghesi. Mentre la madre si contorceva per le doglie, e partoriva con il marito a fianco pronto a tagliare con i propri denti il cordone ombelicale, le caravelle si avvicinavano sempre più alla riva, maestose agli occhi dei membri della tribù dei tupiniquim, sempre più incuriositi da questi giganti marini. Così, ancora adesso che Inaiá è una giovane ragazza, tutti non perdono occasione per raccontarle di quando venne alla luce, tra aprile e maggio, quando loro erano riuniti sulla spiaggia ad attendere questi uomini dalla carnagione chiara, dal linguaggio incomprensibile e agghindati in maniera molto stravagante. Lei, che oramai è abituata alla presenza dei bianchi, ride a questi ricordi, a volte esagerati, a volte distorti dalla memoria. Ride perché è felice, perché così manifesta la sua gioia e gratitudine di essere al mondo, di vivere con la sua famiglia e badare alle faccende quotidiane. I sentimenti negativi non sono ben visti dalla sua tribù, che vive un periodo tutto sommato tranquillo. Ride soprattutto con Fernão il giovane, un ragazzino di Lisbona che Inaiá trova molto buffo, con i suoi occhi chiarissimi e quel suo odore, così diverso. Le piace toccargli il naso, correre e rotolarsi tra le erbe, le piace fare l’amore. E i due si sposano, allora. Vivono insieme una storia semplice, senza alcuna pretesa, con il solo piacere di stare insieme. E dal loro amore nasce Tebereté...

Una storia volutamente e dichiaratamente al femminile: Maria José Silveira, classe 1947, fin dalle primissime pagine manifesta le intenzioni del romanzo, quelle di narrare la storia di una famiglia, focalizzandosi sul ramo femminile. Naturalmente, la volontà di raccontare la vita delle donne a partire dal 1500 fino all’ultima discendente, Maria Flor, nata nel 1968, è occasione per far conoscere i cambiamenti sociali, storici ed economici di un intero paese, il Brasile. Sicuramente gli studi antropologici dell’autrice l’hanno aiutata nel rendere così palpabile e concreta una intera e complessa società, vista attraverso gli occhi di una ventina di donne, ognuna con il suo carattere e inclinazione. Eppure, nonostante gli anni che le dividono e molte madri abbiano conosciuto poco o per nulla le loro figlie, nonostante il carattere di una sembri diametralmente opposto a quello dell’altra, un sottile filo rosso, il legame di sangue, forse?, le unisce tutte fra loro, bellissime, diversissime, e ognuna sembra portare con sé un piccolo seme di quella piccola e giovane ragazzina di nome Inaiá, della tribù tupiniquim dalla quale tutto è partito. Un romanzo che invita a guardare al passato, senza nostalgia o rimprovero, ma con estrema compassione e orgoglio. Tante storie all’interno di un unico romanzo, la cui unica pecca è affezionarsi, in alcuni casi, a certe figure che passano troppo presto sulla carta e delle quali, invece, avremmo voluto sapere di più.



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