La madre di Eva

La madre di Eva
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“Sono qui Eva, sono accanto a te. Sono seduta nel corridoio freddo di fianco alla sala operatoria, dove tu sei sdraiata, nuda, per l’ultima volta donna, bambina, femmina”. Davanti ha otto ore di attesa da sgranare sui suoi pensieri, aggrovigliati sull’unico fermo immagine bloccato su quello che stanno facendo lì dentro a sua figlia. Quando tutto sarà finito, colui al quale lei l’ha affidata perché ne straziasse il corpo – il mago del bisturi Radovic, capace di strappare tutto ciò che la fa donna senza nemmeno aprirle il ventre – le restituirà Alessandro, non più Eva, perché possano ricominciare una nuova vita. Eppure non è soltanto un punto di partenza; questo è l’approdo tanto desiderato dopo tanto dolore, dopo diciassette anni in cui Eva si è sempre sentita intrappolata in un corpo non suo, dopo momenti terribili in cui in lei la natura ha parlato un linguaggio sconosciuto, sbagliato, per lei incomprensibile: un seno abbondante, “il marchio del sangue”, e tanto tempo prima l’obbligo di andare a fare la pipì nel bagno delle bambine. Disforia di genere l’ha chiamata Maddalena, la psicologa alla quale l’hanno portata lei e suo marito quando Eva aveva meno di sei anni. Aveva detto che, in molti casi, la confusione che i bambini possono mostrare riguardo l’identità di genere – che di solito, aveva spiegato, si struttura intorno ai tre anni – poi rientra. Non era stato il loro caso. Non era stato così per Eva. Eva che usava un imbuto di gomma per andare nel bagno dei maschi e fare pipì in piedi, Eva che si fasciava stretto il seno sotto le magliette, Eva che nella letterina di Natale chiedeva un pisellino, Eva che aveva scelto un altro nome già all’asilo. Ora, nel corridoio gelido di quella clinica serba, lei, la madre, ripensa a quel lungo percorso doloroso per tutti loro per arrivare alla rettificazione chirurgica e anagrafica del sesso, dopo aver cercato “Qualcuno che rimettesse ordine in quello che a me era riuscito male”. Ma questo straziante racconto ad Eva, che non può ascoltare, comincia da molto prima, a dire come sia stata desiderata e amata, come l’abbia sentita crescere nella pancia, delle promesse di entrambi loro, i genitori, di non diventare mai come gli altri e di lasciarla sempre libera. “Le madri sbagliano sempre. Io evidentemente di più”. Fin dall’utero. È lei che ha sbagliato qualcosa: “Nell’utero tutto è fragile, delicato, instabile. Tutto può cambiare da un momento all’altro. Sarebbe bastato così poco, mi dico, per preservarci da tanto dolore”…

Silvia Ferreri - giornalista, scrittrice, autrice e documentarista per la RAI, da sempre scrive di donne nel suo blog “Mater et Labora” su dazebaonews.it – sceglie per il suo esordio un tema delicato e quanto mai attuale. In una intervista ha raccontato di un incontro, avvenuto quando aspettava il primo dei suoi tre figli, con una persona “in transito”, la cui storia l’ha segnata e in lei si è sedimentata fino a dare il la a questo romanzo. Anche questa è una storia di transizione, di un percorso difficile e duro che è ovviamente quello di Eva/Alessandro, ma soprattutto è quello di sua madre, che ha avuto bisogno di tempo per compiersi; il tempo necessario alla donna per capire, per perdonarsi, per accettarsi come madre di Alessandro, per sentirsi parte di una vita che non ha più spazio per quelli che tutti loro erano prima. Il punto di vista di questa storia forte non è quello di Eva ma quello di sua madre, che non a caso non ha nome perché assurge ad archetipo, quello della madre imperfetta (“La madre perfetta non esiste e non deve esistere” ha detto la Ferreri da qualche parte), che davanti ai bivi fa scelte sbagliate ma è capace di tornare indietro per amore. Non è una figura che risulta simpatica, per scelta dell’autrice anche in contrasto col suo editor, ma è una donna che non si piange addosso e continua a lottare ‒ “Se anche Dio ti avesse abbandonato, io non lo avrei fatto” ‒, combatte con la forza della disperazione, quello della madre che difende il suo cucciolo. “La sofferenza di un figlio, qualunque essa sia, è senza dubbio la più dolorosa che un genitore possa vivere”, ha detto in una intervista. Però a volte l’amore non basta: “Non potevo proteggerti da tutto. Non potevo proteggerti dagli altri, tantomeno da me e da te”. Nel lungo monologo la madre mette a nudo i suoi sensi di colpa, infiniti come il suo amore, per non aver saputo risparmiare a sua figlia tutto quel dolore, a cominciare da quei sessanta giorni in cui i cromosomi x e y non si son ben combinati nella sua pancia, come fosse dipeso da lei. Proprio allora, quando con le sue aspettative di madre, le sue promesse, i loro sogni di genitori l’avevano cullata mentre piano piano prendeva forma. E qui il racconto della gravidanza e della nascita di Eva è anche occasione per l’autrice per parlare con toni delicati ma, forse inevitabilmente, un po’ retorici di come una donna viva quel periodo, pagine alle quali si dedica certo con particolare intensità ed emozione. In fondo questa è semplicemente una storia d’amore, anzi la storia d’amore per eccellenza, quella che racconta l’unico legame davvero indissolubile che ha il solo esito possibile, la madre che fa quello che fanno tutte le madri: mettere da parte se stessa e amare e basta suo figlio. Che si chiami Eva (non sarà un caso che sia il nome della prima donna) o Alessandro. È una storia priva di alcun giudizio, che dovrebbe lasciare una domanda tanto devastante quanto fondamentale per suggerire appunto che giudicare non è mai possibile: che cosa farei se capitasse a me, a mio figlio? Eppure, a giudizio di chi scrive, le parole più belle e tragiche non appartengono alla protagonista ma sono quelle che Eva/Alessandro rivolge a suo padre, che non vorrebbe l’intervento così presto alle soglie dei diciotto anni, parole che sono come un grido di dolorosa consapevolezza e orgogliosa rivendicazione, “Io sono già un uomo, papà, io sono uomo da quando sono nato. Io sono più uomo di qualunque altro uomo perché quello che per voi è scontato, quello che a voi la natura ha dato in sorte, io lo devo strappare con le unghie e con i denti”.



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