La magnifica illusione

La magnifica illusione

Nella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1967, dopo la sua eliminazione dal festival di Sanremo, il cantautore Luigi Tenco si tolse la vita. Uno dei più importanti esponenti di quella che veniva definita la “canzone impegnata” viene schiacciato dal peso di una competizione e di un sistema che poco ha a che fare con i contenuti e l’impegno, ma che tende piuttosto a valorizzare aspetti meramente commerciali e clientelari. “Cantautore” è una parola coniata dalla cabarettista Maria Monti che insieme a Giorgio Gaber si era esibita in più occasioni in spettacoli umoristici in alcuni locali milanesi, e viene utilizzata per la prima volta in un atto ufficiale da due dirigenti dell’RCA in occasione dell’uscita di un 45 giri di Gianni Meccia nel 1960. È un momento in cui la canzone volge all’autobiografia, in cui nascono vere e proprie scuole cantautoriali come quella genovese, quella milanese, generazioni di autori che hanno in comune non solo l’età ma anche gli stessi riferimenti musicali come il jazz e il rock e la produzione degli chansonnier, le origini borghesi, le inclinazioni per le arti e la pratica della musica inizialmente più dilettantistica piuttosto che professionistica. Denominatore comune di questa generazione di musicisti è anche la ricerca di un grande pubblico, un pubblico largo e generalista in grado di garantire uno sbocco sul mercato…

Parte dall’analisi del tessuto sociale, storico e culturale il lavoro di Nando Mainardi, un’analisi che permette di capire meglio i motivi che hanno portato Giorgio Gaber a prendere le distanze sia dalla televisione - che certamente gli aveva regalato una larghissima notorietà - che dalla discografia. Il 1970 è l’anno che sancisce questo divorzio e l’anno in cui nasce Il Signor G. Chi va a vedere gli spettacoli di Gaber? Chi sono i suoi interlocutori, cosa si aspettano di ascoltare in teatro? Certamente quello che Giorgio Gaber e Sandro Luporini (amico pittore e coautore dei testi da molto più tempo di quanto sia stato dichiarato in precedenza) portavano in scena non erano le granitiche certezze ideologiche che gli anni settanta avevano fatto proprie, ma le speranze, i dubbi e le frustrazioni dell’uomo comune. In questo saggio ci viene mostrato come Gaber abbia ampiamente ribaltato e superato la definizione di cantautore per arrivare a quella di un genere, il Teatro canzone, novità assoluta per il mercato italiano, che ha segnato una svolta decisiva non solo per Gaber ma per una generazione intera che ha dovuto fare i conti con un punto di vista certamente non rassicurante.



 

 

 
 
 
 

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