La mala ora

La mala ora
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Nella notte una mano misteriosa attacca “pasquinate” alle porte del paese. Ogni notte una porta, ogni notte un vizio e un segreto svelati. Ogni notte qualcuno tende l’orecchio per sentire martellare al suo uscio. Tradimenti, vecchie storie, questioni di corna e di onore, pettegolezzi. Niente di inedito si legge sui fogli scritti a mano, nulla che non si sappia già da tempo. Eppure, il ripetersi di questo evento inizia ad infiammare gli animi dei paesani. Dietro le finestre, nel chiuso delle case, sulla poltrona del barbiere non si parla d’altro ora con leggerezza, ora con una punta di timore. Tutti hanno scheletri nascosti nel fondo degli armadi. Nessuno si sente immune. Sarebbe stato un fatto senza importanza, quello dei foglietti, se non ci fosse scappato il morto. César Montero, calzati gli speroni e montato a cavallo, parte per i boschi. Fuori dalla porta, sotto la pioggia battente, trova inchiodato un foglio. Lo legge, lo straccia e si dirige a casa di Pastor, compositore di stornelli e serenate. Non gli lascia il tempo di capire, lo fredda lì, in casa, mezzo nudo. Le pasquinate, da elemento di colore in un paese tutto sommato piatto, gestito con indolenza dall’alcalde - martoriato da un mal di denti che non vuole farsi curare perché l’unico dentista del paese è un oppositore del regime che il medico chiama con scherno “il governo” - ed in preda ad una crociata moralizzatrice portata avanti dal padre Ángel - alto e allampanato, quotidianamente impegnato a derattizzare il tempio e suonare le campane in caso al cinematografo diano una pellicola messa all’indice - si trasformano in un caso. Prima che la situazione sfugga di mano e prima che il paese precipiti nel caos preda del fuggi fuggi generale per la paura di essere il prossimo bersaglio, il potere temporale dell’alcalde incita - tra una corruzione ed un abuso di mezzi correttivi - a scovare il responsabile ad ogni costo perché il buon nome del “governo”. Il potere secolare del padre Ángel, invece, tra una frittura di banane verdi ed il caldo umido agghiacciante, si sforza di rassicurare un gregge attonito e indolente, votato solo a sopravvivere alla pioggia tropicale, a se stesso ed al suo passato…

Il paese non ha nome, ma nel gioco dei rimandi nel quale Gabo si dilettava tutto lascia supporre che qui si stia già parlando di Macondo. La mala ora, come La incredibile e triste storia della candida Eréndira e della sua nonna snaturata o Nessuno scrive al colonnello o ancora Foglie morte costituisce una sorta di spin-off di Cent’anni di solitudine. Vi si ritrovano alcuni personaggi, la geografia ed addirittura il preludio a certe atmosfere. Più rarefatte, indubbiamente, e più scarne in La mala ora. Non aspettatevi l’opulenta ridondanza di colori, sapori e odori che troverete o avrete trovato nella saga familiare dei Buendía: qui la nota predominante è la scarsezza di visioni; il paese è abbandonato a ridosso di un fiume che trascina schifezze e vacche morte, annientato dalla pioggia e dall’umidità, roso dai pettegolezzi e dai segreti inconfessabili dei suoi abitanti, soffocato da un clima politico pesante apparentemente quieto, ma che può rivelarsi autoritario nel giro di pochissimo. A quanti lo avessero accusato di estraniarsi, con le sue opere, dai tempi critici in cui versava la Colombia, Gabriel García Márquez ha risposto con romanzi (incluso Foglie morte) apparentemente privi di impegno e denuncia, ma poeticamente impregnati di queste cose fino all’osso. In La mala ora, la pasquinata non è che un espediente per esprimere - come afferma Angelo Morino nell’introduzione curata per l’edizione del 1984 - “una denuncia del reale mediante la trasfigurazione del reale stesso, mediante il ricorso a fantasmi dell’immaginario che sono stati disposti in un’allegoria della realtà”. Di più, ben presto la pasquinata evapora dalla narrazione e dall’interesse generale per trasformarsi in capro espiatorio che giustifichi, all’ordine costituito, l’esacerbarsi del potere reazionario che mentre va a caccia di foglietti, in realtà tenta di stanare oppositori.



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