La malasorte

Per Ferragosto a Sovara fervono i preparativi per la festa. E per quanto sia “la festa dei forestieri”, la festa per la Madonna dell’Assunta è la più sentita, la più bella. Dalle finestre dei vicoli arrivano le voci delle donne che imbandiscono le tavole, dai balconi si stendono le coperte buone, dagli orti si raccolgono i frutti della terra. Insomma, la festa dell’Abbondanza. Cosma sta anche lei confezionando qualcosa di nuovo da indossare: ma non potendosi permettere un vestito del tutto nuovo, si limita a ricamare un corpetto bianco. Sua madre è in cucina a preparare il sugo, che sparge nell’aria il profumo della tradizione e della famiglia: e il lavoro di Cosma è quasi finito quando dalla strada viene un pianto, era la sorella Angela. Cosma corre fuori, vede Tilde che con la saliva cerca di pulire le ginocchia sanguinanti della ragazzina. Anche Tilde è spaventata: e Cosma spera con tutta sé stessa che la madre non senta, perché altrimenti la punizione sarà per tutte e tre. Prende allora Angela in braccio e le pulisce la ferita con uno straccio bagnato, già spaventata al pensiero che la madre la rimprovererà se verrà a sapere che ha lasciato le due sorelle piccole per strada solo per cucirsi il corsetto bianco…

Daniela Grandinetti viveva e lavorava in Toscana, finché è dovuta tornare nella sua terra d’origine, la Calabria, a vivere nella sua città natale, Lamezia Terme. Ed è innegabile sentire l’eco della vita reale e vissuta nelle pagine del suo secondo romanzo, La malasorte, pubblicato ad otto anni di distanza dal suo esordio con Il mistero della casa nel vento, un romanzo impregnato di quella vita rurale che ancora nel sud più che altrove si riesce a sentire in alcune vie dei centri storici, in alcune cosa di borgata, in alcune espressioni della tradizione. La storia di Cettina, alla ricerca della verità sui fantasmi del suo passato per riuscire a decifrare le angosce del suo presente, non è quella di Daniela nei segmenti narrativi: eppure nel respiro della parola, nell’angolatura delle immagini, nella declinazione di quel sentimento popolano ma non popolare, si sente forte ed innegabile una componente autobiografica nel dolore della ricerca, nella fatica di venire a patti con sé stesse e con un lascito (familiare, ideale, culturale) che ancora pesa e con il quale si deve fare i conti. La malasorte vive di certo in alcune intuizioni che sembrano debitrici dell’universo esistenziale di Elena Ferrante: ma non è mai un risultato derivativo, perché la Grandinetti ha una sua voce e un suo background emotivo e culturale con un DNA conseguentemente unico e perfettamente riconoscibile. Ed è proprio nell’intuizione di quella malasorte che non è mai superstizione ma sempre linea di confine che vive il romanzo: in quell’interstizio dove il ricordo diventa parola, nel momento in cui si nutre di una sinestesia nostalgica e malinconica per restituire, con una pagina, un quadro palpitante di vita.

 


 

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