La maledizione degli Usher

La maledizione degli Usher
Non basta chiamarsi Usher e discendere dalla casata che ispirò a Poe il suo celebre racconto per scalare le classifiche come scrittore di horror. Rix Usher è andato a New York per incontrare il suo agente letterario e si è sentito dire che il suo ultimo romanzo si legge con lo stesso interesse dell’elenco telefonico. Di pubblicarlo non se ne parla. La tensione sta per scatenargli una delle tremende crisi di quello che in molte riviste mediche è chiamato “Morbo degli Usher”, un’acutizzazione esasperata dei sensi che ora gli fa percepire lo scroscio delle gocce di pioggia come lo schiantarsi di palle di cannone. In preda al panico si rifugia nella sua stanza d’albergo e trova ad aspettarlo l’odiato fratello Boone. È venuto a chiedergli di tornare a Usherland, in North Carolina, perché al padre Walen non resta molto da vivere. La malattia di famiglia lo sta portando rapidamente alla tomba come è accaduto a tutti i suoi antenati, i fondatori della fabbrica d’armi Usher, che nel corso di centocinquant’anni hanno accumulato uno dei più ricchi patrimoni d’America vendendo al miglior offerente strumenti di distruzione sempre più raffinati. Da un pezzo Rix se n’è andato da Usherland, che ai suoi occhi di pacifista gronda sangue da ogni pietra, e dall’adiacente labirintica Loggia di cui serba ricordi da incubo. Ritrovarsi nuovamente lì fa riaffiorate le angosce della sua infanzia. C’è qualcosa di maledettamente sinistro in quella sterminata proprietà, qualcosa che si spinge oltre i possedimenti degli Usher. Nel villaggio sulla montagna un ragazzino è appena scomparso nel nulla e c’è chi parla dell’Uomo delle Zucche che si aggira nei boschi per rapire i bambini. Anche Rix conosce quella leggenda e non è sicuro che si tratti di fantasia. Così come non può giurare che in qualche modo oscuro non c’entri anche la sua schiatta di mercanti di morte. Eppure non vuole allontanarsi. Gli è balenato in mente il libro che potrebbe ridargli il successo e per scriverlo deve rovistare fra i documenti segreti custoditi negli archivi polverosi dei suoi avi. E poi c’è in ballo un’eredità da dieci miliardi di dollari che potrebbe essere sua non appena il vecchio Walen si deciderà a tirare le cuoia. Vale la pena di vincere i suoi terrori per un potere che molti vorrebbero anche a costo di vendere l’anima al diavolo. Ma Rix non sa quanto può costare diventare l’ultimo degli Usher... 
La dimora degli Usher immaginata da Robert R. McCammon, amplificazione terrificante di quella descritta da Edgar Allan Poe, rientra nel tòpos delle abitazioni malefiche a cui appartengono la folle Hill House edificata da Hugh Crain, della quale Shirley Jackson racconta le influenze funeste ne “La casa degli invasati”, e l’inquietante Casa Marsten che ne “Le notti di Salem” di Stephen King diventa il quartier generale del vampiro Barlow. La Loggia degli Usher, però, non è semplicemente un luogo del male. È lei stessa il male, un organismo vivente che fa risuonare nella mente di chi vuole attirare a sé un richiamo ipnotico e irresistibile, e che esige un costante tributo di vittime per perpetrare gli scopi del suo unico e autentico signore. Ad ispirarla a McCammon – spiega Gianfranco Manfredi nella prefazione – molto probabilmente ha contribuito lo smisurato edificio vittoriano che si annovera fra le residenze più infestate del pianeta, fatto erigere in California da Sarah Winchester per accogliere i fantasmi dei defunti caduti sotto i colpi dei fucili usciti dalle industrie del marito. La maledizione degli Usher gioca sull’accumulazione di molteplici temi, orrorifici e non. La convocazione dei figli al capezzale del magnate morente cui fa seguito la contesa senza esclusione di colpi per prendere in mano le redini del comando richiama drammoni familiari come “La dinastia dell’oro” di Taylor Caldwell, ma anche soap tipo Dynasty o Dallas. Il giovane New Tharpe, che scopre di avere poteri paranormali con cui determinerà l’esito degli eventi, rientra nel genere di adolescenti affacciati sul mondo delle tenebre protagonisti delle migliori opere di King. A questo si aggiungono belle pagine di ricostruzione storica, come quella del grande incendio di Chicago, e suggestive invenzioni come la mostruosa pantera nera con la coda di serpente che accompagna l’Uomo delle Zucche nella sua caccia. McCammon serve un colpo di scena dopo l’altro per arrivare allo svelamento del vero artefice di tutte le atrocità commesse dagli Usher, ed è un cattivo che davvero non avremmo mai sospettato. L’originalità con cui dà seguito al dramma gotico di Poe trasmette una genuina paura e al momento dell’epilogo l’unico rimpianto è che la fine sia arrivata tanto in fretta. 

 

 

 

 
 
 
 
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