La maledizione dell’Achille Lauro

La maledizione dell’Achille Lauro
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Si trattò un vero e proprio appuntamento con il destino. Quel giorno di ottobre del 1985, la nave da crociera “Achille Lauro” stava navigando attraverso il Mediterraneo Orientale, diretta prima a Port Said e poi ad Ashdod. A bordo, mimetizzati fra i tanti turisti, quattro giovani militanti del Fronte per la Liberazione della Palestina, un gruppo militare che faceva capo a Abu al-Abbas, guerrigliero e capo politico che ha sacrificato tutta la sua vita per la causa del popolo palestinese. L’obiettivo dell’operazione consisteva nell’effettuare un attacco a sorpresa contro i soldati e i doganieri che difendevano il porto di Ashdod, perché, allora come adesso, la guerra era ben lontana dal terminare, e azioni del genere sembrano essere l’unico modo per far ascoltare la propria voce. I fatti raccontano che sulla “Achille Lauro” accadde qualcosa, qualcosa di non programmato e ben distante dalla ragione effettiva per cui quei quattro giovani guerriglieri si trovavano lì. Ad un tratto, si scoprì che la nave era stata dirottata e che un cittadino americano di origine ebraica, rimasto paralizzato a causa di un ictus, era stato ucciso. Sarà l’inizio di una gravissima crisi internazionale, che vedrà in Abu al-Abbas, mio marito, il ricercato numero uno…

Reem al-Nimer, attivista palestinese e vedova di Abu al-Abbas (1948-2004), racconta in forma quasi diaristica molti anni vissuti nell’occhio del ciclone della geopolitica mondiale. Impegnata in prima linea nella Resistenza palestinese, non si limita a raccontare la sua versione dei fatti sulla vicenda del sequestro della “Achille Lauro”, che cagionò rapporti tesissimi fra gli Stati Uniti di Ronald Reagan e l’Italia di Bettino Craxi, ma narra di una vita trascorsa accanto al marito, abilissimo a destreggiarsi tra campi di battaglia, deserto e incontri con i leader mediorientali più famosi e famigerati, da Muammar Gheddafi a Saddam Hussein, con quest’ultimo che gli offrì addirittura ospitalità e asilo. È estremamente difficile rapportarsi con una testimonianza del genere cercando di mantenere una sorta di oggettività di giudizio al fine di non cadere né in un giudizio parziale, né in quell’atteggiamento cerchiobottista fastidioso e troppo spesso rifugio di chi non ha il coraggio di prendere una posizione chiara e onesta. Detto questo, credo che l’opera di al-Nimer abbia, nel suo intento di denuncia da una parte e di racconto del reale dall’altra, un punto di vista sufficientemente argomentato e inevitabilmente coerente con il tipo di scelte fatte, ma tende a frammentarsi di tanto in tanto in flashback poco omogenei che spezzano in maniera sgraziata la narrazione. Mescolando opinioni personali e cronaca dei fatti, l’autrice fornisce un documento apprezzabile ma necessariamente da “filtrare”, considerato l’alto coinvolgimento emotivo cui si è giocoforza sottoposta nel redigere una testimonianza comunque preziosa e interessante.



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