La maledizione della croce sulle labbra

La maledizione della croce sulle labbra

Alejandro Vegas, 48 anni, infettivologo presso il piccolo ma efficiente ospedale di Corralejo, sull’isola caraibica di Guana ‒ una sorta di avamposto privilegiato per studiare nuove forme di agenti infettivi ai confini con la foresta pluviale ‒ ha due ossessioni: le belle donne (soprattutto quelle in camice bianco) e la caccia a microorganismi potenzialmente letali. L’ospedale ha servizi essenziali ma un laboratorio di microbiologia all’avanguardia per la ricerca, costruito con i soldi di Constanzo, boss della “Fratellanza” ‒ organizzazione criminale locale in rapida espansione ‒ in segno di riconoscenza verso Antonio Ramón Vegas, padre di Alejandro, che aveva salvato il nonno del malavitoso da una emorragia cerebrale. Una sospetta riduzione delle difese immunitarie che sembra colpire la popolazione locale e la comparsa sulle porte e sui muri di strani graffiti ‒ labbra segnate da una croce ed accompagnate dalla misteriosa, inquietante scritta “Exù vive”, inneggiante al Signore dei Crocicchi, una delle divinità più temute delle antiche religioni afroamericane ‒ che col passare dei giorni sembrano arricchirsi di dettagli sempre più macabri, suonano nella testa del medico come campanelli d’allarme: qualcosa di orribile sta per accadere...

“...«Non vedo proprio nulla di sacro in questa terribile storia». «Io sì. Anzi, un bell’intruglio tra religione, politica e medicina»”. La chiave di lettura di questo La maledizione della croce sulle labbra (uscito per la prima volta nel 2008 nella collana Segretissimo Mondadori in edicola con il titolo La croce sulle labbra, e così ri-pubblicato nel 2014 per Edizioni Anordest) potrebbe risiedere in questo dialogo tra due dei personaggi, che invece ci piace immaginare tra i (supponiamo divertiti) autori: Danilo Arona ‒ (qui l’intervista a Mangialibri) ‒ critico cinematografico, chitarrista, giornalista e scrittore, prolifico autore con una spiccata predilezione per l’horror, il fantastico ed i loro territori di confine, ed Edoardo Rosati, giornalista scientifico laureato in Medicina con una passione per il lato oscuro della narrativa, che con Arona ha già firmato Medical Noir, Protocollo Stonehenge e L’oscuro bagliore dell’uomo nero, in uscita in questi giorni. Tra qualche stereotipo narrativo (l’impavido brizzolato ricercatore dongiovanni tutto laboratorio e performance erotiche con la bella assistente di turno), riflessioni sulla società non particolarmente ispirate, il ricorso accentuato, quasi ammiccante, al gergo “medichese”, ed una rievocazione degli untori di manzoniana memoria, la trama beccheggia ‒ con qualche calo di tensione nei capitoli conclusivi ‒ verso un finale aperto che potrebbe preludere ad un sequel. La scrittura rimanda a quella estetica della morbosità e della voyeuristica attenzione al macabro, venata da elementi di critica sociale, che costituiva la cifra stilistica di certi “shockumentaries” ed horror movies all’italiana proiettati nelle nostre sale cinematografiche tra gli anni ‘60 e ‘80, i cui cultori costituiscono il pubblico privilegiato, selezionato, si potrebbe dire, di questo romanzo.



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