La malora

La malora

È appena spuntata l’alba sulla città portuale: i due soli illuminano in lontananza, verso nord, l’Isola Grande con il suo profilo frastagliato e a sud le tre isole dell’Arcipelago. La città sconosciuta è un intrico di cavi elettrici, non è tanto grande da perdersi: lo sguardo può vagare fino alle colline e ai monti, eppure le viuzze sono tali a un labirinto. Come un formicaio. Come una tomba. Proprio come formiche, nelle strade una moltitudine di uomini che ripetono in continuazione delle azioni; nelle loro divise blu spalano dei mucchi di cadaveri, che solerti caricano su un carretto, verso un luogo che gli abitanti della città chiamano “la Gabbia”. Nessuno sembra badare allo straniero che cammina per il dedalo di vicoli, verso la foresta. Nella zona delle locande, perché forti cominciano a farsi sentire i morsi della fame. Il problema è, ora, quale locanda scegliere: “La prima, vede, la prima è la più costosa. La seconda è la migliore […]. La terza amico, non c’è più da molto tempo. La quarta, quella in fondo, no, non la si prenda neppure in considerazione, è da escludere”. Il consiglio dato da una sagoma disegnata sul muro è attendibile? Forse lo straniero è davvero pazzo se parla coi fantasmi, la sua scelta cade sull’ultima taverna, la cui insegna dondola nel vento freddo della sera e informa il viandante: “Taverna dello Scarto”. Vetri rotti, semibuia, angosciante. Dal soffitto della sala pendono otto corde con un cappio ciascuna, un bel cappio annodato a regola d’arte, come farebbe un boia di professione. Sotto il tavolo giace un uomo, sotto di lui si allarga una pozzanghera rossa, che sia sangue? Il sommesso russare assicura lo straniero che il morto in realtà è solo ubriaco. Prova a svegliarlo, ma nel frattempo la porta cigola, accompagnata da nuovi passi…

Non appena si inizia la lettura, ci si immerge in un ambiente chiuso e opprimente. I primi uomini che si incontrano sono schiavi, hanno delle catene alle caviglie e sono impegnati a spalare mucchi di cadaveri, nonostante lo sguardo dello straniero noti soltanto le sagome disegnate col gesso e l’intrico di fili elettrici. La prima impronta è la distopia, che aumenta quando l’autore cita “la Gabbia”, che da quel momento in poi comincia ad aleggiare nella città. Ma il protagonista non arriva alla gabbia (come ci si aspetterebbe) ma in una strana taverna in cui incontra diversi “compagni di viaggio”. Fra loro c’è l’Ubriaco, il Cieco, il Clandestino, la Sciamana, il Vecchio Marinaio, l’Orologiaio, il Bambino. Sono personaggi e sono archetipi. Sono simboli che si muovono in un ambiente che racchiude altri simboli: lo specchio, il pendolo, la clessidra, una foresta che pian piano avviluppa la sala in cui i personaggi dialogano e giocano a carte. È la Natura, che soffoca e scombina le regole del gioco. E nel mentre che l’ambiente si restringe e loro mutano forma, sostanza e aforismi (il bambino diventa vecchio, il clandestino assassino e tutti diventano Nessuno) la clessidra si svuota e tutto diventa un vortice: è la Malora, l’incombente da cui tutto può ri-nascere. Un esordio narrativo che ha padri putativi illustri, ricordati da Raudo all’inizio di ogni capitolo con brevi citazioni: Borges, Verne, Melville, Beckett… Un libro complesso nelle sue 172 pagine: cerebrale, evocativo e onirico, fra il romanzo e il dialogo teatrale, in cui le storie individuali si fondono e come gocce vanno a formare un ben più abissale oceano in cui la posta in gioco è la vita, è la morte. Tre sono le scelte: arrendersi, lasciarsi trascinare dal vento o lottare. Nel frontespizio compare uno pseudo-drakkar e una scritta: 4 di 3. Il libro nasce infatti da un progetto musicale della band dell’autore, i Marnero, come chiusura di un cerchio (o un buco nero: “la ferita dei tempi dei tempi, che è aperta e ci si può guardare attraverso”), finale in prosa del trittico di album hardcore: Naufragio Universale (2010), Il Sopravvissuto (2013) e La Malora (2016). Un plauso al coraggio di chi sceglie un viaggio allegorico, sicuramente di non immediata fruizione per il lettore che ragiona secondo schemi narrativi in linea retta, perché ne La malora “Navighiamo a vista, fuori fuoco, dentro un tavolo ribaltato, nel breve spazio di oblio fra il Possibile e l’Irreversibile”. Ogni scrittura sperimentale ha in sé un germoglio; nonostante le ingenuità stilistiche –soprattutto nelle descrizioni degli ambienti e dell’arredo, un po’ scolastiche – il percorso dell’Uomo (del Testimone-narratore, del lettore) verso il finale non è vano.


LEGGI L’INTERVISTA A J. D. RAUDO


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