La mano

È un Kurt Wallander stanco morto e in odore di pensionamento quello che cerca casa in campagna. Sogno un po’ temuto e desiderato da tempo immemore, sempre rimandato come l’idea di aspettare che si realizzi per prendere un cane da compagnia. Tipici problemi di un poliziotto che vive ancora con la figlia, ora anche lei in forza al distretto di Ystad. Quando infine arriva la chiamata di un amico collega (di domenica, non so se mi spiego), con un’offerta che non si può rifiutare, l’epico Kurt prende l’auto e in piena zincheria vola verso l’immobile dei desideri. Una stamberga in mezzo ad una delle zone più richieste della campagna svedese, ad un prezzo stracciato. Ecco il cane che prende forma, ecco finalmente la figlia fuori dalle scatole, ecco… lo scheletro di un mano affiorare dal giardino! Beh anche se per poco, è stato bello crederci…
Una saga infinita, con un Branagh che starebbe benissimo a dirigere un ipotetico L’impero di Wallander colpisce ancora. Il solco dell’episodica, contemporaneamente arato sotto il solleone della Sicilia da Camilleri e Zingaretti, arriva quasi alla dirittura del campo con questa penultima avventura, precedente nel tempo della finzione al finale L’uomo inquieto. Banale e molle, Wallander compie il suo dovere con il pilota automatico. Non concepisce l’ipotesi di potersi trasferire in un luogo in cui è stato commesso un delitto e il rapporto con la figlia convivente sopravvive su di un filo sempre in procinto di spezzarsi. Il suo elucubrare è un perpetuo rimuginare su quanta spinta possedesse da giovane, come il suo lavoro fosse non più appagante, ma semplice. Quanto radicalmente lui e i suoi colleghi siano cambiati e non solo in peggio. La vecchiaia avanza Mankell e non c’è momento più giusto di questo per chiudere il cerchio.

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