La mano che teneva la mia

La mano che teneva la mia
Rumori lontani. Qualcuno strilla, qualcun altro in risposta grida. “Non ne posso più! Più, hai capito?!”. La porta sul retro si spalanca con uno schianto fragoroso e lascia avanzare una ragazza. Ha ventun anni, anche se presto ne compirà ventidue, indossa un vestito azzurro con i bottoni rossi e camminando scalza, pesta i piedi a terra. Meta: il ceppo in fondo al giardino, su cui si siede per iniziare a leggere della morte e del suo immotivato orgoglio. In quel preciso istante, Innes Kent – trentaquattro anni, mercante e critico d’arte, giornalista ed edonista dichiarato – si inginocchia nella polvere per sbirciare sotto il cofano della sua amata MG blu ghiaccio metallizzata; che si è appena fermata sul ciglio di quella sperduta stradina di campagna. Un crocchio di case davanti a sé; s’incammina. S’incammina verso di lei, Alexandra, che ancora non sa, non può sapere. Elina si sveglia di soprassalto, confusa dall’oscurità e con il cuore che le batte all’impazzata. Dev’essere stato il bambino a svegliarla, cambiando posizione o agitando una manina contro la sua pelle; di recente succede spesso. Ted è accanto a lei. Dorme. Elina cerca di girarsi verso di lui, ma un dolore lancinante allo stomaco la blocca. Trattenendo il respiro, appoggia le mani sulla pancia, per sentire il rassicurante rigonfiamento del bambino. Ma… nulla. Lì non c’è nulla. Nessun rigonfiamento; nessun bambino. Sollevandosi a fatica, urla in preda a un terrore che solo una madre può provare: “Ted! Il bambino… è sparito!”. L’uomo – in boxer, gli occhi ancora chiusi dal sonno – balza in piedi e… “Ma che dici?! Eccolo là; guarda!”. Lei obbedisce. E in effetti eccolo, lì, nella sua cesta…
La mano che teneva la mia, che nella più indicativa versione originale è The hand that first held mine – titolo in cui “first” è la parola chiave – è il quinto romanzo della scrittrice irlandese Maggie O’Farrell. E il secondo dopo il Somerset Maugham Award di The distance between us (purtroppo non tradotto in italiano – gli unici altri due titoli tradotti, Quando Esme Lennox svanì e Dopo di te sono, peraltro e di nuovo purtroppo, al momento irreperibili) del 2004, a vincere un premio: il Costa Book Award for Fiction del 2010. A vincerlo meritatamente. Il romanzo, che si presenta come la narrazione parallela e – apparentemente?! – slegata delle vicende di Lexie e Innes ed Elina e Ted, ambientate rispettivamente in una Londra bohemien anni ’50 e in una stessa Londra che vive di una non meglio identificata contemporaneità, è infatti uno di quei rari esempi di buona scrittura che, con uno stile estremamente raffinato e ricercato, e una grazia e una leggerezza, ma anche una spigliata e spregiudicata brillantezza, che forse solo una penna al femminile può avere, avvincono ed emozionano – a tratti quasi commuovono – il lettore. Ogni genere di lettore; non solo quello di sesso femminile, come si potrebbe, invece, essere portati a pensare visti gli argomenti trattati: maternità e sentimenti. Anche se a ben guardare il fil rouge della narrazione è Lexie – cosa che risulta, tra l’altro, evidente solo quasi a fine romanzo – tutti i protagonisti sono, infatti, molto ben delineati e caratterizzati in modo tale che non si può fare a meno di affezionarsi e di sentirsi partecipi delle loro vicende; non si può fare a meno, insomma, di continuare a leggere avidamente, restando, una volta chiuso il libro, con quella caratteristica nostalgia di luoghi e personaggi ormai familiari che solo i bei libri, quelli che “ti prendono” davvero, sanno lasciare.

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